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Geopolitica

Droni, algoritmi e propaganda: la guerra nell’era dell’AI

Come sappiamo, negli ultimi anni la tecnologia ha affinato le capacità delle armi, permettendo di azionarle senza il controllo fisico diretto. In questo contesto l’AI gioca un ruolo fondamentale. Infatti, è già stata usata per il potenziamento delle capacità militari di diversi paesi come Israele, Russia e Ucraina. L’intelligenza artificiale non contribuisce più solo all’attacco diretto, ma viene utilizzata anche per:

  • analizzare informazioni militari
  • guidare droni
  • identificare obiettivi
  • monitorare il campo di battaglia
  • creare propaganda digitale

Nei fatti, il 12 maggio il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il CEO di Palantir Technologies, azienda leader nell’analisi dei big data e nello sviluppo di piattaforme AI, hanno avviato un progetto che mira a utilizzare i dati raccolti sul campo di battaglia dall’inizio della guerra, nel 2022, per intercettare i droni russi.

Anche nel conflitto tra Israele e Hamas l’intelligenza artificiale viene utilizzata per suggerire obiettivi per la campagna militare israeliana avviata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023. “The Gospel” aiuta a individuare gli edifici in cui potrebbero trovarsi membri di Hamas, mentre “Lavender” è programmato per identificare presunti membri di Hamas e di altri gruppi armati.

L’AI viene utilizzata anche nel campo dell’informazione. Strumenti generativi possono creare immagini, video e contenuti realistici in pochi secondi, facilitando la diffusione di propaganda e disinformazione. In un contesto di guerra, queste tecnologie possono influenzare l’opinione pubblica e rendere più difficile distinguere tra informazioni autentiche e contenuti manipolati.

Una parte importante della competizione riguarda l’accesso ai semiconduttori avanzati, indispensabili per addestrare sistemi di intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni tecnologiche per rallentare lo sviluppo cinese.

La difficoltà nel trovare regole comuni nasce dal fatto che le due potenze interpretano il rischio in modo diverso: Washington vede l’AI come una tecnologia da controllare per motivi di sicurezza, mentre Pechino teme che le limitazioni servano a ostaciarne lo sviluppo.

Una caratteristica nuova della competizione sull’intelligenza artificiale è il ruolo centrale delle aziende private. A differenza delle tradizionali corse agli armamenti, oggi parte dello sviluppo tecnologico avviene attraverso grandi imprese che collaborano con gli Stati.

L’assenza di standard condivisi potrebbe aumentare la competizione tra Stati e rendere più difficile controllare l’uso dell’intelligenza artificiale nei settori più sensibili.

Perché l'AI sta diventando centrale nei conflitti

L'importanza dell'intelligenza artificiale nelle guerre moderne deriva soprattutto dalla sua capacità di elaborare enormi quantità di dati in tempi estremamente ridotti. Informazioni provenienti da satelliti, droni, sistemi radar e intelligence possono essere analizzate in pochi secondi, consentendo ai comandi militari di prendere decisioni più rapide rispetto al passato.

In questo senso, la guerra sta diventando sempre più una competizione informativa. Se nel Novecento il vantaggio dipendeva principalmente dal numero di soldati o dalla quantità di armamenti disponibili, oggi la capacità di raccogliere, interpretare e utilizzare i dati rappresenta un elemento decisivo.

L'AI permette inoltre di coordinare sistemi complessi, migliorare la precisione degli attacchi e ridurre il tempo necessario per identificare una minaccia. Per molti governi, queste capacità sono considerate essenziali per mantenere un vantaggio strategico nei confronti dei propri avversari.

Le questioni etiche e i diritti umani

L'impiego dell'intelligenza artificiale in ambito militare solleva però importanti interrogativi etici. Una delle principali preoccupazioni riguarda il grado di autonomia affidato alle macchine. Se un algoritmo contribuisce a individuare un obiettivo o suggerisce un attacco, diventa più difficile stabilire chi sia responsabile in caso di errore.

Organizzazioni internazionali hanno più volte evidenziato i rischi associati ai cosiddetti sistemi d'arma autonomi, che potrebbero ridurre il controllo umano nelle decisioni che riguardano la vita e la morte delle persone.

Anche il riconoscimento faciale e la sorveglianza di massa pongono problemi significativi per la tutela della privacy e dei diritti fondamentali, soprattutto nei territori coinvolti da conflitti armati.

Possibili conseguenze

Nei prossimi anni l'intelligenza artificiale potrebbe trasformare ulteriormente il modo in cui vengono combattute le guerre. Gli esperti ipotizzano un aumento dell'utilizzo di droni autonomi, sistemi di difesa automatizzati e operazioni di cyberwarfare sempre più sofisticate.

Parallelamente, la crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina potrebbe accelerare una nuova corsa agli armamenti basata non tanto sulle armi tradizionali quanto sulla capacità di sviluppare algoritmi, infrastrutture digitali e semiconduttori avanzati.

Per questo motivo numerosi governi e organizzazioni internazionali stanno discutendo la necessità di creare regole condivise sull'uso militare dell'intelligenza artificiale, nel tentativo di limitare i rischi e garantire un controllo umano effettivo sulle tecnologie più avanzate.

La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto sviluppare sistemi sempre più avanzati, ma anche stabilire chi dovrà controllarli e quali limiti dovranno essere imposti al loro utilizzo. Il modo in cui gli Stati risponderanno a queste domande potrebbe influenzare il futuro dei conflitti e della sicurezza internazionale.

L'intelligenza artificiale sta cambiando la guerra perché permette agli eserciti di prendere decisioni più velocemente e di utilizzare enormi quantità di informazioni in tempo reale. Questo può rendere le operazioni militari più efficienti, ma apre anche nuove questioni etiche e politiche. La sfida dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica, sicurezza e tutela dei diritti umani.

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Geopolitica

Cos’è l’ONU, cosa fa e che impatto ha nella nostra quotidianità?

Cos’è davvero questa “ONU”?

Le Nazioni Unite sono un'organizzazione internazionale fondata nel 1945 a seguito della Seconda guerra mondiale. Al momento ne fanno parte 193 Stati membri. Il ruolo di questa organizzazione e i suoi principi sono contenuti nella Carta delle Nazioni Unite. Tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite fanno parte dell'Assemblea Generale (General Assembly). Gli Stati vengono ammessi come membri con una decisione dell'Assemblea Generale su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza (Security Council). Il segretario generale è António Guterres.

Mentre la Seconda guerra mondiale volgeva al termine nel 1945, le nazioni erano in rovina e il mondo desiderava la pace. I rappresentanti di 50 paesi si riunirono alla Conferenza delle Nazioni Unite sull'Organizzazione Internazionale a San Francisco, in California, dal 25 aprile al 26 giugno 1945. Nei due mesi successivi si dedicarono alla stesura e alla firma della Carta delle Nazioni Unite, che istituì una nuova organizzazione internazionale, le Nazioni Unite, con la speranza di prevenire un'altra guerra mondiale.

L’organizzazione iniziò ufficialmente il 24 ottobre 1945, quando entrò in vigore dopo la ratifica da parte di Cina, Francia, Unione Sovietica, Regno Unito, Stati Uniti e della maggioranza degli altri firmatari. Il predecessore delle Nazioni Unite fu la Società delle Nazioni, istituita nel 1919 dopo la Prima guerra mondiale con il Trattato di Versailles, con l’obiettivo di promuovere la cooperazione internazionale e la pace.

La Carta delle Nazioni Unite

La Carta delle Nazioni Unite è il documento fondativo dell’ONU. Fu firmata il 26 giugno 1945 a San Francisco ed entrò in vigore il 24 ottobre 1945.

Grazie al suo carattere internazionale e ai poteri conferiti dalla Carta, le Nazioni Unite possono intervenire su una vasta gamma di questioni. La Carta è un trattato internazionale vincolante per gli Stati membri e stabilisce principi fondamentali delle relazioni internazionali, dall’uguaglianza sovrana degli Stati al divieto dell’uso della forza.

Fin dalla sua fondazione, la missione dell’ONU è stata guidata dalla sua Carta, modificata tre volte nel 1963, 1965 e 1973.

La Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, opera in conformità allo Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, allegato alla Carta e parte integrante di essa (Capitolo XIV, Articolo 92).

Articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite

Gli obiettivi principali dell’ONU sono:

  • Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, prevenendo i conflitti e favorendo la risoluzione pacifica delle controversie tra Stati nel rispetto del diritto internazionale.
  • Promuovere relazioni amichevoli tra le nazioni basate sull’uguaglianza dei diritti e sull’autodeterminazione dei popoli.
  • Favorire la cooperazione internazionale in ambito economico, sociale, culturale e umanitario, promuovendo il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
  • Costituire un luogo di dialogo e coordinamento tra gli Stati.

In sintesi, l’ONU è stata creata per promuovere pace, cooperazione internazionale, diritti umani e risoluzione pacifica dei conflitti.

Articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite

L’Articolo 2 stabilisce i principi fondamentali dell’ONU e dei suoi Stati membri:

  • Tutti gli Stati membri sono sovrani e uguali.
  • Gli Stati devono rispettare in buona fede gli impegni assunti.
  • Le controversie internazionali devono essere risolte pacificamente.
  • Gli Stati devono evitare l’uso o la minaccia della forza contro altri Paesi.
  • Gli Stati devono collaborare con l’ONU e non aiutare Stati contro cui l’organizzazione agisce.
  • Anche gli Stati non membri devono rispettare questi principi, per quanto possibile.
  • L’ONU non può intervenire negli affari interni degli Stati, salvo nei casi necessari per la pace internazionale.

In sintesi, il sistema internazionale si basa su sovranità degli Stati, cooperazione e divieto dell’uso della forza, con l’ONU come garante della pace.

Struttura dell’ONU

Sono istituiti come organi principali delle Nazioni Unite: Assemblea Generale (General Assembly), Consiglio di Sicurezza (Security Council), Consiglio Economico e Sociale (Economic and Social Council), Consiglio di Amministrazione Fiduciaria (Trusteeship Council), Corte Internazionale di Giustizia (International Court of Justice) e Segretariato (Secretariat).

I cambiamenti nelle relazioni internazionali hanno modificato il ruolo dell’ONU. Durante la Guerra Fredda, le tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica hanno fortemente influenzato le funzioni dell’organizzazione. La decolonizzazione ha ampliato le sfide politiche ed economiche. Dopo il 1991, con la fine della Guerra Fredda, l’ONU ha affrontato nuove crisi globali, tra cui guerre civili, crisi umanitarie e terrorismo.

Cosa fa l’ONU

Peacekeeping

Le missioni di peacekeeping aiutano i Paesi a passare dal conflitto alla pace. I “caschi blu” proteggono i civili, riducono la violenza e supportano la stabilità. Dal 1948, oltre due milioni di persone hanno partecipato a 71 missioni. Attualmente circa 50.000 peacekeepers operano in 11 missioni.

Le operazioni si basano su tre principi che servono a garantire che i “caschi blu” non diventino una forza di guerra, ma di stabilizzazione.

Consenso delle parti significa che le missioni ONU possono operare solo se tutte le parti coinvolte nel conflitto accettano la loro presenza. Senza questo accordo, i peacekeeper non possono entrare o restare in quella zona, perché verrebbero percepiti come una forza di occupazione.

Imparzialità vuol dire che l’ONU non può schierarsi con uno dei lati del conflitto. I caschi blu devono agire come mediatori neutrali, applicando il loro mandato in modo equo, senza favorire nessuna parte.

Uso della forza solo per autodifesa o per il mandato significa che i peacekeeper non sono un esercito offensivo. Possono usare la forza solo se vengono attaccati oppure per proteggere civili e applicare le regole stabilite dal loro mandato. In tutti gli altri casi devono evitare lo scontro diretto.

Aiuti umanitari

Il WFP è una delle principali organizzazioni umanitarie e fornisce cibo e assistenza nelle crisi. Altre agenzie includono l’UNHCR per i rifugiati, l’OMS per la salute globale e l’UNICEF per i diritti dei bambini.

Diritti umani

L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) tutela i diritti fondamentali e monitora le violazioni.

Limiti dell’ONU

Il Consiglio di Sicurezza è il principale organo dell’ONU responsabile del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Tuttavia, spesso non riesce ad agire efficacemente a causa del diritto di veto detenuto dai cinque membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia. Questo meccanismo permette a ciascuno di questi Paesi di bloccare una risoluzione anche se tutti gli altri membri sono favorevoli. Negli ultimi anni il veto ha limitato l’azione dell’ONU in diverse crisi. Nel caso della guerra in Ucraina, la Russia ha utilizzato il proprio veto per bloccare risoluzioni che condannavano l'invasione del 2022. Nella guerra tra Israele e Hamas, invece, gli Stati Uniti hanno più volte posto il veto a proposte di cessate il fuoco o ad altre risoluzioni riguardanti la Striscia di Gaza, sostenendo che i testi presentati non affrontassero adeguatamente le questioni di sicurezza di Israele. Di conseguenza, il Consiglio di Sicurezza si trova spesso paralizzato proprio nelle crisi più importanti, quando le grandi potenze hanno interessi contrastanti.

Un ulteriore limite è la difficoltà di raggiungere accordi su temi globali complessi, dove il consenso tra Stati è spesso impossibile. In molte situazioni, l’ONU può solo mediare o monitorare senza intervenire direttamente.

Questi limiti derivano non solo da inefficienze interne, ma dalla struttura stessa dell’organizzazione, basata sulla sovranità degli Stati e sull’equilibrio tra grandi potenze.

Perché esistono questi limiti?

I limiti delle Nazioni Unite esistono perché l’organizzazione è stata creata nel 1945 come un compromesso tra Stati sovrani e grandi potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. L’obiettivo non era creare un governo mondiale, ma evitare una nuova guerra globale mantenendo il coinvolgimento delle principali potenze (Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina, Regno Unito e Francia). Per questo è stato introdotto il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, che consente a questi Paesi di bloccare decisioni fondamentali. Inoltre, il principio della sovranità degli Stati impedisce all’ONU di imporre la propria volontà senza consenso. Questo equilibrio rende l’organizzazione legittima a livello internazionale, ma ne limita anche l’efficacia nelle crisi.

Impatto dell’ONU nella vita quotidiana

L’ONU ha effetti concreti anche sulla nostra vita di tutti i giorni, spesso senza che ce ne accorgiamo. Un esempio reale è il lavoro del WFP durante la guerra in Ucraina: l’Ucraina è uno dei principali esportatori mondiali di grano e mais, e il blocco dei porti nel Mar Nero nel 2022 ha fatto aumentare i prezzi del grano a livello globale. Il programma alimentare ONU è intervenuto per coordinare corridoi di esportazione e aiuti alimentari, contribuendo a evitare una crisi alimentare ancora più grave in diversi Paesi del mondo, soprattutto in Africa e Medio Oriente. Questo ha avuto un impatto diretto anche in Europa, perché l’aumento dei prezzi del grano ha influenzato il costo di prodotti quotidiani come pane e pasta. In questo modo, decisioni e interventi legati all’ONU entrano indirettamente anche nella nostra spesa quotidiana.

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Media&Società

Internet appartiene a tutti. O forse no?

Ogni giorno utilizziamo Internet per studiare, informarci, lavorare e comunicare. Ma chi controlla davvero la rete? Esiste qualcuno che può spegnerla o decidere cosa vediamo?

Quando pensiamo a Internet, potremmo immaginare una singola persona o azienda che tira le fila dell'intero sistema. In realtà, la situazione è molto più complessa. Internet non appartiene a nessuno e, allo stesso tempo, appartiene a tutti.

La rete che utilizziamo ogni giorno è il risultato della collaborazione tra governi, aziende tecnologiche, fornitori di servizi Internet, organizzazioni internazionali, università e persino gli utenti stessi. Questo modello prende il nome di "multistakeholder governance", cioè una gestione condivisa tra diversi attori che partecipano alle decisioni sul funzionamento e sul futuro di Internet.

In altre parole, non esiste un singolo proprietario della rete. Tuttavia, questo non significa che nessuno abbia potere. Alcuni governi possono limitare l'accesso a determinati contenuti, le grandi aziende tecnologiche decidono quali informazioni mostrarci attraverso gli algoritmi, mentre organizzazioni tecniche internazionali coordinano il funzionamento dell'infrastruttura che rende possibile la connessione tra miliardi di persone.

Per capire chi controlla davvero Internet, dobbiamo quindi analizzare il ruolo di ciascuno di questi attori e il modo in cui influenzano la nostra esperienza online.

Come funziona Internet?

Molti immaginano Internet come una sorta di spazio virtuale immateriale, spesso rappresentato dalla cosiddetta "nuvola". In realtà, Internet è una gigantesca rete fisica composta da migliaia di reti collegate tra loro.

Ogni volta che inviamo un messaggio, guardiamo un video o apriamo un sito web, i dati viaggiano attraverso cavi, antenne, router e server sparsi in tutto il mondo. Le informazioni vengono trasformate in impulsi elettrici o segnali luminosi che percorrono queste infrastrutture a velocità elevatissime.

Uno degli aspetti più sorprendenti di Internet è che non esiste un centro di controllo unico. La rete è distribuita: milioni di computer e dispositivi collaborano tra loro senza dipendere da una singola macchina o da un'unica autorità. Questo rende Internet particolarmente resistente. Anche se un server, un data center o un'intera rete smette di funzionare, il resto della rete continua generalmente a operare.

Per rendere possibile tutto questo esistono diverse infrastrutture fondamentali. I router indirizzano il traffico dati verso la destinazione corretta, i server conservano siti web, immagini e applicazioni, mentre enormi data center ospitano milioni di informazioni accessibili ogni giorno da miliardi di persone.

Internet, quindi, non vive nel "cloud": dietro ogni ricerca su Google, ogni video su TikTok o ogni messaggio inviato su WhatsApp esiste una complessa infrastruttura fisica che collega continenti, Paesi e persone.

Governi e confini digitali

Nonostante Internet appaia come uno spazio libero e senza confini, ciò che possiamo vedere, leggere o pubblicare online è spesso influenzato dalle decisioni dei governi nazionali. In altre parole, anche nel mondo digitale esistono dei confini, sebbene siano meno visibili di quelli geografici.

Uno degli esempi più noti è la Cina, che possiede uno degli ambienti digitali più controllati al mondo. Il governo utilizza sistemi di censura per monitorare informazioni, notizie e contenuti pubblicati sui social media. Molte piattaforme occidentali, tra cui Facebook, Instagram e diversi servizi di Google, sono bloccate dal cosiddetto "Grande Firewall", una rete di controlli che limita l'accesso a siti e applicazioni straniere. Giornalisti, attivisti e cittadini che criticano il governo possono inoltre essere soggetti a sanzioni, arresti o altre forme di pressione che favoriscono l'autocensura.

Anche la Russia ha progressivamente rafforzato il proprio controllo sullo spazio digitale. Dopo l'inizio della guerra in Ucraina, l'autorità statale per le comunicazioni, Roskomnadzor, ha bloccato numerosi siti di informazione indipendenti e limitato l'accesso a piattaforme considerate ostili al governo. Le autorità hanno inoltre intensificato il monitoraggio delle attività online, mentre diversi cittadini sono stati perseguiti per aver pubblicato contenuti critici nei confronti della guerra o delle istituzioni statali.

Questi casi mostrano come Internet non sia soltanto uno strumento tecnologico, ma anche uno spazio politico. Attraverso la censura, il controllo delle informazioni e la sorveglianza digitale, gli Stati possono influenzare ciò che i cittadini vedono, leggono e discutono online.

Big Tech, algoritmi e informazione

Un'ulteriore forma di influenza sulla rete è esercitata dalle cosiddette Big Tech, aziende come TikTok, Instagram, Facebook e X. Queste piattaforme non controllano Internet, ma controllano una parte significativa di ciò che vediamo ogni giorno online.

Per molti giovani, infatti, i social media sono diventati una delle principali fonti di informazione. Le notizie non arrivano più soltanto attraverso giornali, televisioni o siti specializzati, ma vengono spesso filtrate dagli algoritmi delle piattaforme e dai creatori di contenuti che seguiamo.

Secondo il Reuters Institute Digital News Report 2025, oltre un quarto degli utenti a livello globale riceve notizie ogni settimana da content creator e influencer che producono contenuti principalmente sui social network. Molti utenti considerano questi creatori più coinvolgenti e più facili da comprendere rispetto ai media tradizionali.

Questo fenomeno presenta però anche alcuni rischi. In diversi Paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile e Polonia, i ricercatori hanno osservato che molti dei creatori di notizie più seguiti tendono a rappresentare posizioni politiche molto polarizzate. Di conseguenza, i social media possono contribuire a rafforzare divisioni già esistenti nella società, mostrando agli utenti soprattutto contenuti in linea con le loro idee.

In questo senso, il dibattito non riguarda soltanto la libertà di accesso a Internet, ma anche chi decide quali informazioni ricevano maggiore visibilità. Sebbene nessuna azienda possieda la rete, le piattaforme digitali influenzano sempre più il modo in cui milioni di persone si informano e interpretano la realtà.

Le infrastrutture della rete

Sebbene Internet sia una rete globale aperta a miliardi di utenti, una parte significativa delle infrastrutture che la rendono possibile è controllata da un numero ristretto di grandi aziende tecnologiche. Cavi sottomarini, data center e servizi cloud rappresentano l'ossatura fisica della rete e sono sempre più spesso finanziati o gestiti da colossi come Google, Amazon, Meta e Microsoft.

Questo significa che, anche se nessuna azienda possiede Internet nel suo complesso, alcune società esercitano un'influenza enorme sul suo funzionamento quotidiano. Ogni ricerca su Google, ogni video visto su YouTube o TikTok e ogni file salvato nel cloud passa attraverso infrastrutture controllate da un numero limitato di attori privati.

In altre parole, dietro l'apparente libertà della rete si nasconde una forte concentrazione di potere tecnologico. Chi controlla le infrastrutture non decide necessariamente cosa possiamo dire, ma possiede gli strumenti che permettono alla comunicazione globale di esistere.

Rischi

Nonostante i social media continuino a rappresentare uno strumento centrale nella nostra vita quotidiana, è importante essere consapevoli dei rischi che il loro utilizzo può comportare.

Uno dei principali è la disinformazione. La velocità con cui i contenuti vengono condivisi rende più facile la diffusione di notizie false, immagini manipolate o informazioni non verificate, che possono influenzare l'opinione pubblica e il dibattito politico.

Un altro rischio riguarda la sorveglianza digitale. Ogni ricerca, like, commento o video visualizzato lascia una traccia. Questi dati possono essere raccolti e utilizzati da aziende e, in alcuni Paesi, anche dai governi per monitorare comportamenti, preferenze e abitudini degli utenti.

Esiste poi il problema della privacy. Molti servizi online funzionano grazie alla raccolta di grandi quantità di dati personali, spesso senza che gli utenti siano pienamente consapevoli di come queste informazioni vengano utilizzate.

Infine, la crescente concentrazione del potere nelle mani di poche grandi aziende tecnologiche solleva interrogativi sul cosiddetto monopolio tecnologico. Quando una parte significativa delle informazioni e delle infrastrutture digitali dipende da un numero limitato di attori, aumenta il rischio che poche realtà possano influenzare ciò che vediamo, leggiamo e discutiamo online.

Internet e i social media rimangono strumenti straordinari, ma la libertà digitale non consiste solo nell'avere accesso alle informazioni: consiste anche nel saperle analizzare criticamente. In un mondo in cui ogni giorno siamo esposti a migliaia di contenuti, la capacità di verificare le fonti, riconoscere la manipolazione e proteggere i propri dati è diventata una delle competenze più importanti del XXI secolo.

Nella vita quotidiana

Ma cosa significa tutto questo nella nostra vita quotidiana? Ogni volta che mettiamo un like, condividiamo un contenuto, utilizziamo un hashtag o selezioniamo l'opzione "Non mi interessa", stiamo facendo molto più che interagire con una piattaforma. Stiamo fornendo informazioni sui nostri interessi, sulle nostre opinioni e sulle nostre abitudini. Questi dati vengono utilizzati dagli algoritmi per decidere quali contenuti mostrarci e quali, invece, lasciare in secondo piano.

In altre parole, Internet non si limita a riflettere ciò che siamo: contribuisce anche a plasmare ciò che vediamo e il modo in cui interpretiamo il mondo. Due persone possono utilizzare la stessa piattaforma e ricevere informazioni completamente diverse, perché gli algoritmi costruiscono un'esperienza personalizzata per ciascun utente.

Abbiamo visto come Internet non sia qualcosa di astratto o magico, ma il risultato dell'interazione tra governi, aziende tecnologiche, infrastrutture fisiche e utenti. Nessuno controlla completamente la rete, ma molti soggetti esercitano una certa influenza sul suo funzionamento e sulle informazioni che circolano al suo interno.

La vera sfida non è capire chi possiede Internet, ma comprendere come il potere venga esercitato al suo interno. In un mondo sempre più connesso, essere cittadini digitali consapevoli significa non limitarsi a utilizzare la rete, ma imparare a interrogarsi su ciò che vediamo, sulle fonti che consultiamo e sugli interessi che possono nascondersi dietro uno schermo. Perché la libertà digitale non consiste soltanto nell'avere accesso alle informazioni, ma anche nella capacità di comprenderle criticamente.

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Diritti umani

Quando sopravvivere diventa un permesso

Immaginate un camion carico di farina. Dopo giorni di viaggio attraverso strade pericolose e zone di guerra, è finalmente vicino alla sua destinazione. Dall'altra parte ci sono famiglie che aspettano cibo, bambini che hanno fame e persone che dipendono da quel carico per sopravvivere.

Eppure, il camion potrebbe non arrivare mai.

Non perché il cibo non esista. Non perché manchino gli aiuti. Ma perché qualcuno controlla il passaggio.

In quel momento, tra il camion e le persone che aspettano, non c'è solo un confine. C'è il potere.

Gli aiuti umanitari non arrivano da soli

Quando sentiamo parlare di aiuti umanitari, immaginiamo spesso qualcosa di semplice: cibo, acqua o medicine che vengono consegnati a chi ne ha bisogno. In realtà, durante una guerra o una crisi umanitaria, il percorso è molto più complesso.

Qualcuno controlla i valichi, le strade, i permessi, i controlli di sicurezza e i convogli. Di conseguenza, chi controlla l'accesso controlla anche, in parte, la possibilità di sopravvivere.

Questo è uno degli aspetti più importanti da capire quando si parla di crisi umanitarie: gli aiuti non sono solo una questione logistica, ma anche politica.

Quando il cibo diventa uno strumento di potere

Prendiamo il caso della Striscia di Gaza. Negli ultimi anni il territorio è diventato fortemente dipendente da risorse esterne come cibo, acqua, medicine e carburante.

Quando l'ingresso degli aiuti viene rallentato o limitato, le conseguenze non sono solo burocratiche. Migliaia di persone possono ritrovarsi senza accesso ai beni essenziali per la sopravvivenza.

Per questo motivo molti esperti sostengono che il controllo degli aiuti possa trasformarsi in uno strumento di pressione politica e militare. Chi decide quando entra il cibo, quanta acqua è disponibile o quali convogli possono passare esercita un potere enorme sulla popolazione civile.

I diritti non sono concessioni

Spesso parliamo di diritti umani come se fossero garantiti automaticamente. In realtà, un diritto esiste davvero solo quando una persona può esercitarlo.

Pensiamo al diritto al cibo, all'acqua o alle cure mediche. Se una persona non può accedervi perché qualcuno controlla le risorse necessarie per sopravvivere, quel diritto diventa fragile.

Per questo motivo il diritto internazionale considera l'assistenza umanitaria un obbligo e non un favore. Mangiare, bere, curarsi e vivere con dignità non dovrebbero dipendere dalla volontà di chi detiene il potere.

Perché riguarda anche noi?

Molti vedono le crisi umanitarie come problemi lontani. In realtà, queste situazioni ci pongono una domanda fondamentale: i diritti appartengono davvero a tutti o dipendono dalle circostanze politiche?

Quando una persona deve aspettare un'autorizzazione per ricevere cibo, acqua o medicine, la sopravvivenza smette di essere un diritto e rischia di trasformarsi in un permesso.

Gli aiuti umanitari servono a salvare vite umane durante guerre e crisi. Tuttavia, quando l'accesso al cibo, all'acqua o alle medicine viene controllato da attori politici o militari, anche la sopravvivenza può diventare uno strumento di potere.

I diritti non dovrebbero dipendere da chi controlla un confine, un valico o un convoglio. Perché i diritti non sono concessioni: appartengono a ogni essere umano per il semplice fatto di essere umano.

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Geopolitica

Hamas, Hezbollah e non solo: cosa sono davvero le milizie armate?

Ogni volta che si parla di Medio Oriente, Ucraina, Africa o Asia sentiamo nomi come Hamas, Hezbollah, Houthi, ISIS o Wagner. Spesso vengono presentati come se fossero la stessa cosa. In realtà, appartengono a categorie molto diverse. Sono eserciti? Partiti politici? Milizie? Organizzazioni terroristiche? Oppure tutte queste cose insieme?

Per capirlo, bisogna prima fare chiarezza su alcuni termini che nei notiziari vengono spesso usati come sinonimi, ma che in realtà hanno significati diversi.

Cos'è una milizia?

Prima di rispondere a questa domanda è importante chiarire un concetto: non tutti i gruppi armati sono uguali.

Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), un gruppo armato organizzato è il braccio armato di un'organizzazione non statale coinvolta in un conflitto armato. Può essere formato da ex militari, gruppi separatisti oppure da civili che si organizzano militarmente per combattere. Quando si parla di gruppo armato organizzato ci si riferisce esclusivamente alla sua componente militare e non ad eventuali ali politiche o sociali.

Per comprendere meglio questa definizione è necessario fare un'altra distinzione. Il diritto internazionale umanitario distingue infatti due grandi categorie di conflitti: i conflitti armati internazionali, combattuti tra due o più Stati, e i conflitti armati non internazionali, che si svolgono all'interno di uno Stato e coinvolgono uno o più gruppi armati organizzati. Oggi la maggior parte dei conflitti nel mondo appartiene a questa seconda categoria.

Per questo motivo organizzazioni come il Comitato Internazionale della Croce Rossa dialogano anche con i gruppi armati non statali: non per sostenerli, ma per cercare di garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario e proteggere la popolazione civile.

Qual è la differenza tra esercito, milizia, gruppo armato e organizzazione terroristica?

Esercito regolare. È l'insieme delle forze armate ufficiali di uno Stato, sottoposte al controllo del governo e incaricate della difesa nazionale. Ne sono un esempio l'Esercito Italiano o le Forze Armate francesi.

Milizia. È un gruppo armato composto prevalentemente da cittadini che opera al di fuori delle forze armate regolari. Può nascere per difendere un territorio, sostenere un movimento politico o religioso oppure partecipare a un conflitto interno.

Gruppo armato organizzato. È una definizione utilizzata dal diritto internazionale per indicare un'organizzazione non statale dotata di una struttura militare sufficientemente organizzata da prendere parte a un conflitto armato. Alcuni gruppi armati possiedono anche un'ala politica, amministrano territori o forniscono servizi alla popolazione.

Organizzazione terroristica. Si tratta di un gruppo che utilizza atti di terrorismo, come attentati contro civili, intimidazione o violenza indiscriminata, per perseguire obiettivi politici, religiosi o ideologici. È importante ricordare che non esiste una lista unica valida a livello mondiale: la classificazione come organizzazione terroristica dipende dalle designazioni adottate dai singoli Stati o da organizzazioni internazionali, come l'Unione Europea o le Nazioni Unite.

Nella pratica, una stessa organizzazione può appartenere contemporaneamente a più categorie. Può avere un'ala politica, una militare, controllare un territorio e, allo stesso tempo, essere classificata come organizzazione terroristica da alcuni Paesi.

Perché nascono?

Non esiste una sola risposta. Ogni gruppo armato nasce in un contesto storico e politico diverso, ma gli studiosi individuano alcune cause ricorrenti.

Molti gruppi armati emergono quando una parte della popolazione ritiene che lo Stato non sia più in grado di garantire sicurezza, rappresentanza o diritti fondamentali. In altri casi, nascono durante un'occupazione militare, una guerra civile o una grave crisi politica, con l'obiettivo dichiarato di difendere una comunità, ottenere l'indipendenza di un territorio o rovesciare il governo.

Le motivazioni possono essere molto diverse: politiche, quando si vuole cambiare il sistema di governo; religiose, quando la lotta viene giustificata attraverso una particolare interpretazione della religione; etniche, quando un gruppo combatte per difendere la propria identità o autonomia; oppure territoriali, quando l'obiettivo è il controllo di una determinata area.

Con il tempo, alcuni di questi gruppi rimangono semplici organizzazioni armate, mentre altri sviluppano una struttura molto più complessa. Alcuni controllano territori, amministrano servizi pubblici, raccolgono tasse, possiedono un'ala politica o partecipano persino alle elezioni. È proprio questa evoluzione che rende difficile classificarli in un'unica categoria.

Alcuni esempi

Hamas
Hamas è un movimento politico-militare palestinese nato nel 1987 durante la Prima Intifada, la rivolta palestinese contro l'occupazione israeliana. Oltre a possedere un'ala militare, le Brigate al-Qassam, dal 2007 governa de facto la Striscia di Gaza. Il suo obiettivo dichiarato è la liberazione della Palestina e per molti anni ha rifiutato di riconoscere lo Stato di Israele. Secondo numerose analisi internazionali, riceve sostegno economico e militare dall'Iran. L'Unione Europea, gli Stati Uniti e numerosi altri Paesi lo classificano come organizzazione terroristica, mentre altri Stati adottano una posizione diversa.

Hezbollah
Hezbollah è un movimento politico-militare sciita nato in Libano nel 1982 durante l'invasione israeliana del Paese. Oltre a possedere una potente ala armata, partecipa alla vita politica libanese con propri rappresentanti in Parlamento e nel governo e gestisce scuole, ospedali e altri servizi sociali. Secondo numerose analisi internazionali, riceve sostegno economico e militare dall'Iran. Alcuni Paesi distinguono tra la sua ala politica e quella militare, mentre altri classificano come terroristica l'intera organizzazione.

Houthi
Gli Houthi sono un movimento politico-militare sciita nato negli anni Novanta nel nord dello Yemen. Inizialmente rivendicavano una maggiore rappresentanza della comunità zaidita, ma con il tempo sono diventati uno dei principali protagonisti della guerra civile yemenita. Oggi controllano gran parte dello Yemen nord-occidentale, inclusa la capitale Sana'a, e negli ultimi anni hanno effettuato attacchi contro navi nel Mar Rosso e contro Israele nell'ambito delle tensioni regionali.

ISIS (Daesh)
ISIS, conosciuto anche come Stato Islamico o Daesh, è un'organizzazione jihadista nata in Iraq e successivamente espansasi in Siria. Nel 2014 proclamò un "califfato" su parte dei territori conquistati, imponendo un regime estremamente violento. È responsabile di numerosi attentati terroristici e gravi violazioni dei diritti umani ed è considerato un'organizzazione terroristica dalla quasi totalità della comunità internazionale.

Wagner Group
Il Wagner Group è una compagnia militare privata russa fondata nel 2014. Pur essendo formalmente un'impresa privata, ha operato in stretto coordinamento con gli interessi della Russia in conflitti come quelli in Ucraina, Siria e diversi Paesi africani. A differenza delle altre organizzazioni citate, non nasce da una rivolta interna o da motivazioni religiose, ma rappresenta un esempio di come anche aziende private possano influenzare i conflitti contemporanei.

Perché alcuni vengono chiamati terroristi?

È probabilmente l'aspetto che genera più confusione quando si seguono le notizie internazionali.

Una delle cose più difficili da capire è che il termine "terrorista" non descrive necessariamente la natura di un'organizzazione, ma rappresenta spesso una classificazione giuridica e politica che può variare da uno Stato all'altro. Non esiste infatti una definizione universale di terrorismo condivisa da tutti i Paesi delle Nazioni Unite, motivo per cui uno stesso gruppo può essere considerato terroristico da alcuni Stati e non da altri.

Ad esempio, l'Unione Europea, gli Stati Uniti e molti altri Paesi inseriscono Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche, mentre altri Stati non adottano la stessa classificazione. Nel caso di Hezbollah, alcuni Paesi distinguono tra la sua ala politica e quella militare, mentre altri considerano terroristica l'intera organizzazione.

Ma allora, che cos'è il terrorismo?

Più che indicare un tipo specifico di organizzazione, il terrorismo descrive un metodo di azione. Esso consiste nell'uso o nella minaccia della violenza con l'obiettivo di diffondere paura non solo tra le vittime dirette, ma anche nell'intera popolazione, per raggiungere obiettivi politici, religiosi o ideologici. Proprio questa volontà di intimidire un pubblico molto più ampio distingue il terrorismo dalle forme tradizionali di guerra.

Comprendere questa differenza è fondamentale: non tutte le milizie sono organizzazioni terroristiche e non tutte le organizzazioni terroristiche sono semplicemente delle milizie.

Perché ci riguarda?

Potremmo pensare che queste organizzazioni riguardino solo Paesi lontani, ma non è così. Le loro azioni hanno conseguenze che arrivano fino a noi.

Una delle principali è la migrazione forzata. Secondo l'UNHCR, circa due terzi dei rifugiati nel mondo provengono da soli cinque Paesi: Venezuela, Ucraina, Siria, Afghanistan e Sudan. Alla fine del 2025 quasi 45 milioni di bambini risultavano sfollati a causa di guerre e persecuzioni.

Le conseguenze riguardano anche l'economia. Quando gruppi armati controllano territori strategici o attaccano importanti rotte commerciali, come avvenuto nel Mar Rosso con gli Houthi, il trasporto di petrolio e merci diventa più costoso. L'aumento dei costi logistici si riflette poi sul prezzo dell'energia, dei trasporti e di molti prodotti che acquistiamo ogni giorno, dal carburante fino ai beni alimentari.

Per questo motivo i gruppi armati non rappresentano soltanto una questione militare. Le loro azioni influenzano la stabilità regionale, i rapporti tra gli Stati, l'economia globale e, indirettamente, anche la nostra vita quotidiana.

Quando sentiamo parlare di Hamas, Hezbollah, Houthi, ISIS o Wagner non stiamo parlando della stessa cosa. Alcuni sono movimenti politico-militari, altri compagnie militari private, altri ancora vengono classificati come organizzazioni terroristiche da determinati Stati. Conoscere queste differenze ci permette di leggere le notizie con maggiore consapevolezza e di capire meglio i conflitti che influenzano il mondo di oggi.

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Ambiente

Cosa sono gli Accordi di Parigi e perché ne sentiamo parlare così spesso?

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso degli Accordi di Parigi, soprattutto quando si discute di cambiamento climatico, emissioni di CO2 o transizione energetica. Per molti, però, rimangono un tema distante, riservato ai governi e alle grandi conferenze internazionali. In realtà, si tratta di uno degli accordi più importanti mai raggiunti nella cooperazione internazionale e le sue conseguenze influenzano anche la nostra vita quotidiana.

Gli Accordi di Parigi sono un trattato internazionale giuridicamente vincolante sui cambiamenti climatici, adottato il 12 dicembre 2015 durante la ventunesima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul clima (COP21), tenutasi a Parigi. L'accordo è entrato in vigore il 4 novembre 2016 e oggi conta quasi tutti gli Stati del mondo tra i suoi aderenti.

Cosa prevedono?

L'obiettivo principale dell'accordo è limitare il riscaldamento globale causato dalle attività umane.

Per raggiungere questo risultato, i Paesi si sono impegnati a:

  • mantenere l'aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali;
  • proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C, soglia oltre la quale gli impatti del cambiamento climatico diventerebbero molto più gravi;
  • ridurre progressivamente le emissioni di gas serra;
  • monitorare periodicamente i progressi compiuti;
  • sostenere economicamente i Paesi in via di sviluppo nella lotta al cambiamento climatico e nell'adattamento ai suoi effetti.

L'accordo si basa inoltre su un principio fondamentale: trasparenza e cooperazione. Tutti gli Stati devono condividere i propri risultati e collaborare affinché la transizione climatica coinvolga anche i Paesi con minori risorse economiche.

Come funziona?

A differenza di quanto si potrebbe pensare, gli Accordi di Parigi non impongono a tutti gli Stati lo stesso piano d'azione.

Ogni cinque anni ciascun Paese presenta i propri Contributi Determinati a livello Nazionale (NDC), cioè un piano che indica come intende ridurre le emissioni di gas serra e adattarsi agli effetti del cambiamento climatico.

Ogni nuovo piano dovrebbe essere più ambizioso del precedente, creando un meccanismo di miglioramento continuo. In questo modo l'accordo punta a coinvolgere progressivamente tutti gli Stati verso obiettivi climatici sempre più stringenti.

I limiti degli Accordi di Parigi

Nonostante rappresentino uno dei più importanti accordi internazionali sul clima, gli Accordi di Parigi presentano alcuni limiti.

Il primo riguarda l'efficacia degli impegni assunti. Secondo l'Emissions Gap Report 2025 dell'UNEP, anche se tutti i Paesi rispettassero integralmente gli impegni attualmente dichiarati, il pianeta si dirigerebbe comunque verso un aumento della temperatura compreso tra 2,3°C e 2,5°C. Se invece venissero mantenute soltanto le politiche oggi in vigore, il riscaldamento potrebbe raggiungere circa 2,8°C entro la fine del secolo.

Per rispettare pienamente gli obiettivi dell'Accordo di Parigi, entro il 2035 le emissioni globali dovrebbero diminuire di circa il 35% per restare sotto i 2°C e del 55% per cercare di mantenere il limite di 1,5°C.

Un secondo limite riguarda la natura stessa dell'accordo. Sebbene sia giuridicamente vincolante, non prevede vere sanzioni nei confronti dei Paesi che non rispettano gli obiettivi dichiarati. Il sistema si basa soprattutto sulla cooperazione internazionale, sulla trasparenza e sulla pressione diplomatica esercitata dagli altri Stati.

Infine, le tecnologie necessarie per ridurre le emissioni esistono già: energie rinnovabili, mobilità elettrica ed efficienza energetica sono oggi sempre più diffuse. La vera sfida non è tecnologica, ma politica ed economica: servono investimenti, collaborazione internazionale e la volontà dei governi di rispettare gli impegni assunti.

Perché riguarda anche noi?

Potrebbe sembrare un accordo che interessa solo governi, ministri e organizzazioni internazionali. In realtà, le decisioni prese nell'ambito degli Accordi di Parigi influenzano sempre più la nostra quotidianità.

Le politiche climatiche incidono sul modo in cui produciamo energia, costruiamo le città, ci spostiamo e consumiamo. Incentivi per i pannelli solari, diffusione delle auto elettriche, riqualificazione energetica degli edifici e investimenti nelle energie rinnovabili sono tutti esempi di misure che derivano anche dagli obiettivi fissati dall'accordo.

Allo stesso tempo, gli effetti del cambiamento climatico sono sempre più evidenti. Ondate di calore record, incendi, alluvioni, siccità ed eventi meteorologici estremi stanno diventando più frequenti e intensi in molte parti del mondo, compresa l'Europa.

Gli Accordi di Parigi, quindi, non sono soltanto un documento firmato da quasi duecento Paesi. Sono il principale tentativo della comunità internazionale di affrontare una delle sfide più importanti del XXI secolo.

Gli Accordi di Parigi sono il principale accordo mondiale contro il cambiamento climatico. Ogni Stato si impegna a ridurre le proprie emissioni e a presentare periodicamente nuovi obiettivi climatici. Il loro limite principale è che non esistono sanzioni per chi non li rispetta. Nonostante questo, rappresentano ancora oggi il punto di riferimento della cooperazione internazionale sul clima e influenzano sempre di più le politiche che incidono sulla nostra vita quotidiana.

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Geopolitica

Il Canale di Suez: il passaggio che tiene in movimento l'economia mondiale

Spesso sentiamo parlare con preoccupazione del Canale di Suez, un tratto di mare apparentemente piccolo ma da cui passa una parte fondamentale del commercio mondiale. Ogni volta che il traffico marittimo viene rallentato o interrotto, governi e mercati entrano in allerta. Ma perché questo canale è così importante? E perché la sua sicurezza riguarda anche noi?

Cos'è il Canale di Suez?

Il Canale di Suez è una via navigabile artificiale situata in Egitto che collega il Mar Mediterraneo al Mar Rosso. Grazie a questo passaggio, le navi possono viaggiare tra Europa e Asia senza dover circumnavigare l'intero continente africano, riducendo di migliaia di chilometri il percorso e i tempi di navigazione. Senza il canale, infatti, le imbarcazioni sarebbero costrette a percorrere una rotta molto più lunga passando dal Capo di Buona Speranza, all'estremità meridionale dell'Africa.

Inaugurato nel 1869, il canale è oggi una delle infrastrutture più importanti del commercio mondiale. Ogni giorno centinaia di navi lo attraversano trasportando container, automobili, componenti elettronici, prodotti alimentari, petrolio e gas naturale. Per questo motivo è considerato uno dei principali "colli di bottiglia" del commercio internazionale: se il traffico si interrompe, le conseguenze si ripercuotono rapidamente sull'economia globale.

Nel corso della sua storia il Canale di Suez è stato ampliato più volte per permettere il passaggio di navi sempre più grandi. Ha però vissuto anche momenti di forte crisi. Nel 1956 fu al centro della Crisi di Suez, quando l'Egitto decise di nazionalizzarlo, mentre tra il 1967 e il 1975 rimase completamente chiuso a causa della guerra arabo-israeliana.

Più recentemente, nel 2021, il mondo si è reso conto ancora una volta della sua importanza quando la nave portacontainer Ever Given rimase incagliata, bloccando il canale per sei giorni e causando ritardi nel commercio internazionale. Ancora oggi il Canale di Suez continua a essere al centro della geopolitica mondiale: gli attacchi dei ribelli Houthi alle navi nel Mar Rosso hanno spinto molte compagnie a evitare questa rotta, aumentando tempi e costi dei trasporti.

Perché è così importante?

Il Canale di Suez è uno dei punti strategici più importanti del commercio mondiale. Collega il Mar Mediterraneo al Mar Rosso, creando la rotta marittima più breve tra Europa e Asia. Ogni giorno vi transitano navi che trasportano container, materie prime, componenti industriali, prodotti alimentari, petrolio e gas naturale liquefatto. Nel 2023 circa il 22% del commercio mondiale di container via mare è passato attraverso questo canale, rendendolo una delle rotte commerciali più importanti del pianeta.

Quando, a causa degli attacchi nel Mar Rosso, molte compagnie di navigazione hanno deciso di evitare questa rotta, le navi sono state costrette a circumnavigare l'Africa passando per il Capo di Buona Speranza. Questo significa percorrere migliaia di chilometri in più, con tempi di viaggio più lunghi, maggior consumo di carburante e costi di trasporto più elevati.

Le conseguenze non riguardano soltanto le compagnie di navigazione. Secondo l'UNCTAD, queste interruzioni possono rallentare le catene di approvvigionamento globali e influenzare settori come l'automotive, l'elettronica, l'alimentare e l'energia. In altre parole, un problema che nasce in un tratto di mare tra Africa e Medio Oriente può tradursi, anche a migliaia di chilometri di distanza, in ritardi nelle consegne, aumento dei prezzi e maggiore difficoltà nel reperire alcuni prodotti.

Cosa succede se si blocca?

L'importanza del Canale di Suez è emersa chiaramente nel marzo 2021, quando la Ever Given, una delle più grandi navi portacontainer al mondo, rimase incagliata a causa di forti venti e di un errore di manovra, bloccando completamente il traffico marittimo per sei giorni.

Le conseguenze furono immediate: oltre 400 navi rimasero in attesa di attraversare il canale, mentre miliardi di dollari di merci destinate ai mercati di tutto il mondo rimasero bloccati. Molte aziende subirono ritardi nelle consegne e alcune furono costrette a deviare le proprie rotte circumnavigando l'Africa, con un notevole aumento dei costi di trasporto e dei tempi di viaggio.

L'incidente della Ever Given dimostrò quanto il commercio mondiale dipenda da pochi punti strategici. È bastato il blocco di un singolo canale per rallentare le catene di approvvigionamento globali e influenzare l'economia di decine di Paesi.

Perché oggi è di nuovo al centro delle notizie?

Negli ultimi anni il Canale di Suez è tornato al centro dell'attenzione internazionale a causa delle tensioni nel Mar Rosso. Dopo lo scoppio della guerra tra Israele e Hamas nell'ottobre 2023, il movimento Houthi, che controlla ampie aree dello Yemen, ha iniziato a lanciare attacchi contro navi commerciali sostenendo di colpire imbarcazioni legate a Israele o ai suoi alleati. Di fronte a questi rischi, molte compagnie di navigazione hanno deciso di evitare il Mar Rosso e il Canale di Suez, scegliendo di circumnavigare l'Africa attraverso il Capo di Buona Speranza.

Questa deviazione comporta viaggi più lunghi, maggior consumo di carburante e un aumento dei costi di trasporto. Le conseguenze si riflettono sull'intera economia mondiale e possono arrivare fino a noi, attraverso rincari dei prezzi e ritardi nella consegna di molti prodotti.

Questa situazione dimostra come anche un gruppo armato non statale possa influenzare il commercio globale. Pur non controllando direttamente il Canale di Suez, gli Houthi sono in grado di minacciare le navi che attraversano il Mar Rosso, mettendo a rischio una delle rotte marittime più importanti del pianeta.

Perché riguarda anche noi?

Potrebbe sembrare una questione lontana, fatta di navi, porti e commercio internazionale. In realtà, ciò che accade nel Canale di Suez ha conseguenze dirette anche sulla nostra vita quotidiana. Quando il traffico marittimo rallenta o si interrompe, aumentano i costi del trasporto delle merci e dell'energia. Questo può tradursi in prezzi più alti del carburante, bollette più costose e rincari di molti prodotti che acquistiamo ogni giorno, dai generi alimentari ai dispositivi elettronici, fino ai vestiti e ai mobili.

Il Canale di Suez ci ricorda quanto il mondo sia oggi interconnesso: un evento che avviene a migliaia di chilometri di distanza può avere effetti concreti sul nostro portafoglio e sulle nostre abitudini quotidiane. Comprendere queste dinamiche significa capire meglio il mondo in cui viviamo e rendersi conto che la geopolitica non riguarda solo governi e conflitti, ma anche la vita di ciascuno di noi.

Perché tutti vogliono mantenerlo aperto?

Il Canale di Suez è molto più di una semplice infrastruttura: è uno dei principali snodi del commercio mondiale. Chi può garantirne la sicurezza, o influenzarne il funzionamento, acquisisce un importante vantaggio economico e geopolitico.

Per questo motivo numerosi attori internazionali hanno un forte interesse a mantenerlo aperto. L'Egitto, che ne detiene il controllo, ricava miliardi di dollari ogni anno dai pedaggi pagati dalle navi. Allo stesso tempo, Unione Europea, Stati Uniti, Cina e molte altre economie dipendono da questa rotta per l'importazione di energia, materie prime e prodotti provenienti dall'Asia.

Quando il Canale di Suez viene bloccato o diventa insicuro, non si interrompe soltanto il traffico marittimo: si mette a rischio una parte fondamentale dell'economia globale. È per questo che la sua sicurezza è considerata una priorità da molti Paesi e rappresenta ancora oggi uno dei temi più importanti della geopolitica mondiale.

Spesso immaginiamo la geopolitica come qualcosa di distante, fatta di mappe, guerre e leader mondiali. In realtà, basta il blocco di un canale lungo meno di 200 chilometri per rallentare il commercio globale e incidere sulla nostra quotidianità.

Il Canale di Suez ci insegna proprio questo: il mondo è molto più connesso di quanto immaginiamo. Dietro un semplice prodotto che acquistiamo, un pieno di benzina o un ordine online esiste una rete globale di rotte commerciali che attraversa questo piccolo tratto di mare. Capire perché il Canale di Suez è così importante significa comprendere che la geopolitica non riguarda solo ciò che accade tra gli Stati, ma anche la vita di tutti i giorni.

Weekly

La settimana in quattro punti

La Weekly uscirà ogni domenica.

  1. Crisi diplomatiche Resoconto delle principali crisi internazionali della settimana: cosa e successo, chi sono gli attori coinvolti e quali sviluppi osservare.
  2. Diritti umani Una storia dal mondo reale legata ai diritti umani per capire l'impatto umano degli eventi globali.
  3. Cultura Approfondimenti su immagini, simboli, media e memoria collettiva per leggere la societa contemporanea.
  4. Agenda Date importanti, forum internazionali, eventi e letture consigliate della settimana.
Culture

Atlante culturale contemporaneo

Lingue

Le lingue raccontano come le comunità cambiano, si incontrano e costruiscono nuovi significati. In questa sezione osserviamo parole, espressioni e linguaggi che spiegano i contesti sociali contemporanei.

Memorie

Le memorie collettive vivono negli archivi, nei monumenti, nei riti pubblici e nei modi in cui una società sceglie di ricordare. Qui leggiamo il passato come una parte attiva del presente.

Media

I media influenzano il modo in cui vediamo crisi, culture e identità. Analizziamo immagini, narrazioni e simboli che formano opinioni e rendono visibili i grandi cambiamenti globali.

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Culture

L’ALTRA PARTE DELLA MEDAGLIA

Per tutti gli amanti di abiti da sera e design scenografici, tenetevi stretti alla sedia perché questo mondo di luci e tessuti ci mostra ancora una volta il suo vero volto.

Quando la moda sta in mano a chi di questo mondo nulla sa, le conseguenze sono a dir poco disastrose.

Al centro del ciclone ci sono proprio i volti del tycoon Jeff Bezos e della moglie Lauren Sanchez, reduci da un ruolo onorario in uno degli eventi più iconici della stagione.

La loro posizione di co-chair onorari del gala nasconde un significato più profondo, soprattutto se si pensa agli ingenti fondi depositati da mani non sempre adoperate a fin di bene.

Le donazioni registrate hanno raggiunto numeri da record in una delle edizioni del Met considerate tra le più floride in tutta la storia della moda. Circa 10 milioni di dollari sono stati raccolti, assieme a critiche e schiamazzi, non provenienti da quel mondo tanto lussuoso, ma da una realtà dove il problema principale non è di certo che vestito di haute couture indossare.

Numerosi sono i gruppi di attivisti che in questa stagione si sono fatti spazio tra spintoni e urla per poter far arrivare la loro voce a queste persone di un mondo tanto distante quanto utopico, che pare vivano in una bolla, non coscienti della realtà che li circonda.

Gruppi attivisti come “Everyone Hates Elon”, masse di dipendenti Amazon e altre sigle sindacali hanno riscritto le sorti di quella “Grande Mela”, patria del capitalismo.

Numerosi quartieri di New York sono stati tappezzati da manifesti con slogan di ogni tipo, tra scritte come “Boycott the Bezos Met Gala” e veri e propri atti al fine di provocare e denunciare il totale disinteresse da parte di Bezos verso il fulcro di tutta la sua economia: i suoi dipendenti.

Nei giorni prima dell’evento sono state posizionate ai piedi del museo numerose bottiglie di un colore giallastro simile all’urina; si è trattato di un riferimento puramente simbolico e provocatorio alle storiche accuse e inchieste giornalistiche sulle dure condizioni di lavoro nei magazzini Amazon, dove i dipendenti sarebbero talvolta costretti a non fare pause bagno per rispettare i rigidi ritmi di produzione.

D’altro canto, un particolare evento, assieme al Met, è entrato nel mirino della critica globale: si sta parlando di un fenomeno di protesta eclatante riconosciuto come “Ball Without Billionaires”.

Ci indirizziamo al cuore pulsante di questa critica: un ballo organizzato solo dalla presenza di gruppi sindacali quali l’Amazon Labor Union e la Service Employees International Union (SEIU), che, senza una Valentino o un DG, hanno comunque deciso di sfilare in una passerella di moda alternativa tenuta a Gansevoort Plaza, New York, ribaltando il tema “fashion is art” in un qualcosa di molto più simbolico, promuovendo il tema “Labour is art”.

Tra i modelli non immaginatevi grandi nomi, ma persone vere e mosse dal sacrificio e dalla brama di essere riconosciute: parliamo di lavoratori dei grandi magazzini Amazon uniti a ex dipendenti di grandi marchi, come Whole Foods, Washington Post e Starbucks.

Si è parlato quindi di un evento di grande risonanza dove lavoratori di ogni genere hanno sfilato e ballato su una passerella improvvisata, sfoggiando outfit di designer locali, promuovendo con poster e schiamazzi del pubblico l’idea che in quella giornata l’unica cosa da dover celebrare era e sarà sempre il sacrificio di persone umili e piegate dalla vita, che lottano per essere riconosciute per il loro lavoro, il vero protagonista che si cela dietro a quella maschera di ipocrisia, ancora una volta accessorio onnipresente indossato dalla nuda e cruda moda.

Di sicuro il pensiero degli attivisti è rivolto a una sola persona: Jeff Bezos, una figura centrale nel determinare le regole del mondo, ma sicuramente non interessata a questo mondo di marchi e artigianato.

Qui riportiamo le parole di un portavoce del movimento “Everyone Hates Elon”: “Sta usando il Met Gala e Vogue per comprare influenza e apparire cool. Non è cool come tratta i suoi lavoratori, e non è così cool come si avvicina a Trump.”

Parole forti da riferire a un colosso come Bezos, ma sicuramente ci fanno riflettere sul vero motivo del perché di questa improvvisa partecipazione a un evento così lontano dai suoi interessi.

Non è dunque un caso che numerose celebrities, tra cui il sindaco di New York Zohran Mamdani, abbiano rifiutato un invito tanto atteso, dimostrando ancora una volta la loro posizione solida nei confronti della politica attuale, lanciando messaggi importanti per tutti noi fan e facendoci riflettere sul sistema.

Team

Le persone dietro CiviOn

Siamo cinque ragazzi provenienti da Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, accomunati dalla stessa idea: non limitarci a osservare il mondo, ma esserne protagonisti.

Da percorsi, esperienze e realtà diverse nasce CiviOn, uno spazio creato dai giovani per i giovani, dove informazione, cultura e partecipazione si incontrano per comprendere meglio la società che ci circonda e contribuire a cambiarla.

Founder

Giuliana Fossati

Co-founder

Trellia Dolino Flores

Core team

Alisia Basha

Core team

Giulia Corso

Core team

Biagio Carrella

Dictionary

Parole per orientarsi

Dazio

Una tassa su un prodotto che arriva dall’estero. Serve a rendere quel prodotto più costoso e proteggere le aziende nazionali.

Sanzioni

Misure economiche o politiche usate per fare pressione su uno Stato, per esempio bloccando commercio, banche o viaggi.

Veto

Il potere di bloccare una decisione. Nell’ONU, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza possono usarlo per fermare una risoluzione.

Diritto di veto

Potere di bloccare una decisione. All’ONU lo hanno Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia nel Consiglio di Sicurezza.

Sovranità

Il potere di uno Stato di decidere da solo dentro i propri confini, senza interferenze esterne.

Stato sovrano

Uno Stato che ha il controllo del proprio territorio e prende decisioni senza dipendere formalmente da un altro Paese.

Embargo

Divieto o forte limitazione del commercio con un Paese.

Cessate il fuoco

Accordo per fermare temporaneamente i combattimenti. Non significa necessariamente pace.

Accordo di pace

Intesa che cerca di concludere ufficialmente un conflitto.

Corridoio umanitario

Percorso sicuro creato per far uscire civili da una zona di guerra o far entrare aiuti come cibo e medicine.

Crimini di guerra

Violazioni gravi delle regole della guerra, come colpire civili, torturare prigionieri o attaccare ospedali.

Peacekeeping

Missioni ONU per mantenere la pace dopo o durante un conflitto. I caschi blu non sono un esercito offensivo.

Milizia

Una milizia è un gruppo armato organizzato che opera al di fuori delle forze armate regolari di uno Stato oppure in loro supporto. Può essere composta da volontari o da civili reclutati e può agire con o senza il riconoscimento del governo.

Le milizie possono svolgere funzioni di difesa locale, controllo del territorio o partecipare a conflitti armati. Alcune collaborano con gli Stati, altre vi si oppongono.

Da non confondere con: esercito, gruppo armato.

Organizzazione terroristica

Un'organizzazione terroristica è un gruppo che utilizza o minaccia l'uso della violenza contro civili o altri obiettivi per intimidire una popolazione o influenzare decisioni politiche, religiose o ideologiche.

Non esiste una definizione universale condivisa da tutti gli Stati e dalle Nazioni Unite. Per questo motivo, la classificazione di un'organizzazione come "terroristica" può variare a seconda della legislazione nazionale o delle liste adottate da organizzazioni come l'Unione europea o gli Stati Uniti.

Attenzione: il termine ha un significato giuridico e politico, non solo descrittivo.

Gruppo armato

Un gruppo armato è un'organizzazione che possiede armi e partecipa a un conflitto senza appartenere alle forze armate regolari di uno Stato.

I gruppi armati possono avere obiettivi politici, etnici, religiosi o economici. Alcuni controllano territori, altri combattono contro governi o contro altri gruppi.

Non tutti i gruppi armati sono considerati organizzazioni terroristiche.

Esercito

L'esercito è una delle componenti delle forze armate di uno Stato ed è responsabile della difesa del territorio nazionale e della sicurezza secondo quanto previsto dalla legge.

A differenza delle milizie e dei gruppi armati, l'esercito opera sotto il comando delle istituzioni statali ed è soggetto al diritto nazionale e internazionale.

Rifugiato

Una persona costretta a lasciare il proprio Paese per guerra, persecuzione o violenze.

Migrante

Una persona che si sposta da un Paese a un altro, spesso per lavoro, studio o condizioni di vita migliori.

Sfollato interno

Persona costretta a lasciare casa ma che resta dentro il proprio Paese.

Migrazione forzata

La migrazione forzata è lo spostamento di persone che sono costrette a lasciare la propria casa a causa di guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, violenze, disastri naturali o cambiamenti climatici.

Chi migra forzatamente può spostarsi all'interno del proprio Paese, diventando sfollato interno, oppure attraversare un confine internazionale, diventando in alcuni casi rifugiato o richiedente asilo, se soddisfa i requisiti previsti dal diritto internazionale.

Da non confondere con: migrazione volontaria, rifugiato, richiedente asilo.

Crisi migratoria

Situazione in cui molte persone si spostano rapidamente a causa di guerre, povertà, persecuzioni o disastri.

Soft power

Il potere di influenzare altri Paesi attraverso cultura, economia, media o diplomazia, senza usare la forza militare.

Hard power

Il potere basato su forza militare, sanzioni o pressione economica.

Multilateralismo

Quando più Stati collaborano insieme per risolvere problemi comuni.

Diritto internazionale

L’insieme di regole che gli Stati dovrebbero rispettare nei rapporti tra loro.

Trattato

Accordo scritto tra Stati. Può riguardare pace, commercio, ambiente, armi o diritti.

Ratifica

Il momento in cui uno Stato approva ufficialmente un trattato e accetta di rispettarlo.

Risoluzione

Decisione o dichiarazione adottata da un’organizzazione internazionale, come l’ONU.

Sanzioni economiche

Misure usate per colpire l’economia di un Paese, ad esempio bloccando banche, commercio o esportazioni.

Diplomazia

Il modo in cui gli Stati parlano e negoziano tra loro per evitare conflitti o trovare accordi.

Mediazione

Quando una terza parte aiuta due Paesi o gruppi in conflitto a trovare un accordo.

Escalation

Quando una crisi peggiora e diventa più grave, per esempio passando da tensione politica a guerra.

Coalizione

Gruppo di Stati che collaborano per un obiettivo comune, spesso militare o politico.

Alleanza

Accordo stabile tra Stati che si sostengono a vicenda.

Egemonia

Quando uno Stato ha un’influenza molto forte sugli altri, senza controllarli direttamente.

Interesse nazionale

Ciò che uno Stato considera importante per la propria sicurezza, economia o potere.

Sfera d’influenza

Area del mondo in cui una potenza esercita forte controllo politico, economico o militare.

Regime autoritario

Sistema politico in cui il potere è concentrato in poche mani e le libertà sono limitate.

Democrazia liberale

Sistema politico con elezioni libere, diritti civili, libertà di stampa e separazione dei poteri.

Stato fallito

Uno Stato che non riesce più a controllare il territorio o garantire servizi e sicurezza alla popolazione.

Multipolarismo

Un mondo in cui non comanda una sola superpotenza, ma ci sono più centri di potere: Stati Uniti, Cina, Unione Europea, India, Russia, ecc.

Bipolarismo

Un sistema internazionale diviso tra due grandi potenze. Durante la Guerra Fredda, il mondo era diviso soprattutto tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Unipolarismo

Un sistema in cui una sola potenza domina la scena globale. Dopo la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono stati spesso considerati la potenza principale.

Deterrenza

Strategia per impedire a un nemico di attaccare, facendogli capire che subirebbe conseguenze molto gravi.

Geopolitica

Lo studio di come territorio, risorse, potere e interessi degli Stati influenzano la politica mondiale.

Nord Globale

Indica i Paesi più ricchi e industrializzati, soprattutto Europa, Nord America, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Sono Stati che storicamente hanno avuto più potere nell’economia e nella politica mondiale.

Protezionismo

Politica economica con cui uno Stato protegge le proprie aziende limitando la concorrenza straniera, spesso con dazi o restrizioni.

Globalizzazione

Processo che collega economie, culture e società di tutto il mondo attraverso commercio, viaggi, tecnologia e comunicazione.

Supply chain

La “catena” di passaggi che porta un prodotto dalla produzione alla vendita. Per esempio: materie prime → fabbrica → trasporto → negozio.

COP

COP (Conference of the Parties) è la conferenza annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, durante la quale i Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) si riuniscono per discutere strategie e accordi contro il riscaldamento globale.

Durante le COP vengono negoziate politiche internazionali, obiettivi di riduzione delle emissioni e misure per sostenere i Paesi più vulnerabili.

Da non confondere con: Accordo di Parigi, UNFCCC.

Mitigation

La mitigation (mitigazione climatica) comprende tutte le azioni volte a ridurre le emissioni di gas serra o ad aumentare la capacità del pianeta di assorbirle.

Tra gli esempi ci sono: utilizzare energie rinnovabili; migliorare l'efficienza energetica; proteggere e riforestare le foreste; ridurre l'uso dei combustibili fossili.

L'obiettivo è limitare l'aumento della temperatura globale.

Da non confondere con: adaptation.

Adaptation

L'adaptation (adattamento climatico) consiste nelle strategie adottate per affrontare gli effetti già presenti o inevitabili del cambiamento climatico.

Ad esempio: costruire argini contro le inondazioni; sviluppare colture resistenti alla siccità; adattare le città alle ondate di calore; migliorare la gestione delle risorse idriche.

L'obiettivo non è fermare il cambiamento climatico, ma ridurne gli impatti sulle persone e sugli ecosistemi.

Da non confondere con: mitigation.

Carbon Neutrality

La carbon neutrality (neutralità carbonica) è la condizione in cui la quantità di anidride carbonica (CO2) emessa viene compensata da una quantità equivalente rimossa dall'atmosfera o evitata.

Per raggiungerla si possono: ridurre le emissioni; utilizzare energie pulite; riforestare aree boschive; investire in progetti di compensazione delle emissioni.

Molti Paesi e aziende hanno fissato obiettivi di neutralità carbonica entro il 2050.

Da non confondere con: net zero.

Greenhouse Gases

I greenhouse gases (gas serra) sono gas presenti nell'atmosfera che trattengono parte del calore proveniente dal Sole, contribuendo all'effetto serra.

I principali sono: anidride carbonica (CO2); metano (CH4); protossido di azoto (N2O); gas fluorurati.

L'effetto serra è un fenomeno naturale essenziale per la vita sulla Terra. Tuttavia, l'aumento delle concentrazioni di gas serra dovuto alle attività umane intensifica il riscaldamento globale e il cambiamento climatico.

Inflazione

Aumento generale dei prezzi. Significa che con gli stessi soldi puoi comprare meno cose.

Crisi umanitaria

Situazione in cui molte persone non hanno accesso a beni essenziali come cibo, acqua, cure mediche o sicurezza.

Diaspora

Comunità disperse che mantengono legami identitari, economici o politici.

Accountability

Responsabilità pubblica di chi governa, amministra o rappresenta.

Global south

Indica molti Paesi di Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente che storicamente hanno avuto meno potere economico e politico rispetto a Europa e Nord America. Non significa “Paesi poveri” in modo assoluto: alcuni, come India, Brasile o Cina, sono molto influenti. È più un termine politico per parlare dei Paesi che chiedono più spazio nelle decisioni globali.

Backgrounds

Contesto prima della notizia

Work in progress

Sooner...

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Climate Negotiation

Negotiating the Future of Our Planet

Climate Negotiation

CategoriaGlobal Citizenship
Durata60-90 minuti
Età consigliata15-19 anni
Numero di partecipanti12-30 studenti

Descrizione

Climate Negotiation è una simulazione diplomatica ispirata alle conferenze internazionali sul clima, come le Conferenze delle Parti (COP) delle Nazioni Unite.

Gli studenti lavorano in delegazioni rappresentando diversi Paesi del mondo, ciascuno con interessi economici, priorità ambientali e obiettivi politici differenti. Attraverso la ricerca, il confronto e la negoziazione, dovranno collaborare per elaborare una risoluzione condivisa volta ad affrontare il cambiamento climatico.

L'attività permette di comprendere le dinamiche della cooperazione internazionale, sviluppando competenze di negoziazione, pensiero critico, lavoro di squadra e cittadinanza globale.

Obiettivi

Al termine dell'attività gli studenti saranno in grado di:

  • comprendere il funzionamento delle negoziazioni internazionali;
  • analizzare il punto di vista di diversi Paesi;
  • utilizzare dati e fonti affidabili per sostenere le proprie argomentazioni;
  • negoziare e costruire compromessi;
  • riflettere sulle sfide della cooperazione internazionale.

Competenze sviluppate

Global Citizenship Critical Thinking Public Speaking Negotiation Teamwork Research Skills Problem Solving

Cosa troverai in questa attività

Materiali consigliati

Per preparare la simulazione, gli studenti possono utilizzare fonti ufficiali e autorevoli, materiali forniti dal docente oppure le risorse disponibili su CiviOn, tra cui:

  • Map, per conoscere il contesto dei Paesi partecipanti;
  • Dictionary, per comprendere termini come COP, Mitigation, Adaptation e Carbon Neutrality;
  • Articles, per approfondire il cambiamento climatico, la cooperazione internazionale e gli accordi climatici.