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CiviOn è una piattaforma youth-led nata per rendere l'informazione più accessibile ai giovani.

Attraverso articoli, mappe, definizioni, approfondimenti e contenuti educativi, CiviOn aiuta a comprendere meglio ciò che accade nel mondo, spiegando concetti complessi con un linguaggio chiaro, diretto e vicino alla nostra generazione.

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La nostra missione è aiutare i giovani a orientarsi nel mondo contemporaneo.

Viviamo in un tempo in cui le informazioni sono ovunque, ma spesso mancano chiarezza, contesto e strumenti per comprenderle. CiviOn nasce per colmare questa distanza: rendere più comprensibili temi come geopolitica, diritti umani, cultura, società, educazione civica e attualità internazionale.

Crediamo che informarsi non debba essere complicato, distante o riservato a pochi. Per questo usiamo un linguaggio accessibile, inseriamo definizioni e chiarimenti nei testi e costruiamo contenuti pensati per chi vuole capire, partecipare e sentirsi parte del mondo che lo circonda.

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Geopolitica

Droni, algoritmi e propaganda: la guerra nell’era dell’AI

Come sappiamo, negli ultimi anni la tecnologia ha affinato le capacità delle armi, permettendo di azionarle senza il controllo fisico diretto. In questo contesto l’AI gioca un ruolo fondamentale. Infatti, è già stata usata per il potenziamento delle capacità militari di diversi paesi come Israele, Russia e Ucraina. L’intelligenza artificiale non contribuisce più solo all’attacco diretto, ma viene utilizzata anche per:

  • analizzare informazioni militari
  • guidare droni
  • identificare obiettivi
  • monitorare il campo di battaglia
  • creare propaganda digitale

Nei fatti, il 12 maggio il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il CEO di Palantir Technologies, azienda leader nell’analisi dei big data e nello sviluppo di piattaforme AI, hanno avviato un progetto che mira a utilizzare i dati raccolti sul campo di battaglia dall’inizio della guerra, nel 2022, per intercettare i droni russi.

Anche nel conflitto tra Israele e Hamas l’intelligenza artificiale viene utilizzata per suggerire obiettivi per la campagna militare israeliana avviata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023. “The Gospel” aiuta a individuare gli edifici in cui potrebbero trovarsi membri di Hamas, mentre “Lavender” è programmato per identificare presunti membri di Hamas e di altri gruppi armati.

L’AI viene utilizzata anche nel campo dell’informazione. Strumenti generativi possono creare immagini, video e contenuti realistici in pochi secondi, facilitando la diffusione di propaganda e disinformazione. In un contesto di guerra, queste tecnologie possono influenzare l’opinione pubblica e rendere più difficile distinguere tra informazioni autentiche e contenuti manipolati.

Una parte importante della competizione riguarda l’accesso ai semiconduttori avanzati, indispensabili per addestrare sistemi di intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni tecnologiche per rallentare lo sviluppo cinese.

La difficoltà nel trovare regole comuni nasce dal fatto che le due potenze interpretano il rischio in modo diverso: Washington vede l’AI come una tecnologia da controllare per motivi di sicurezza, mentre Pechino teme che le limitazioni servano a ostaciarne lo sviluppo.

Una caratteristica nuova della competizione sull’intelligenza artificiale è il ruolo centrale delle aziende private. A differenza delle tradizionali corse agli armamenti, oggi parte dello sviluppo tecnologico avviene attraverso grandi imprese che collaborano con gli Stati.

L’assenza di standard condivisi potrebbe aumentare la competizione tra Stati e rendere più difficile controllare l’uso dell’intelligenza artificiale nei settori più sensibili.

Perché l'AI sta diventando centrale nei conflitti

L'importanza dell'intelligenza artificiale nelle guerre moderne deriva soprattutto dalla sua capacità di elaborare enormi quantità di dati in tempi estremamente ridotti. Informazioni provenienti da satelliti, droni, sistemi radar e intelligence possono essere analizzate in pochi secondi, consentendo ai comandi militari di prendere decisioni più rapide rispetto al passato.

In questo senso, la guerra sta diventando sempre più una competizione informativa. Se nel Novecento il vantaggio dipendeva principalmente dal numero di soldati o dalla quantità di armamenti disponibili, oggi la capacità di raccogliere, interpretare e utilizzare i dati rappresenta un elemento decisivo.

L'AI permette inoltre di coordinare sistemi complessi, migliorare la precisione degli attacchi e ridurre il tempo necessario per identificare una minaccia. Per molti governi, queste capacità sono considerate essenziali per mantenere un vantaggio strategico nei confronti dei propri avversari.

Le questioni etiche e i diritti umani

L'impiego dell'intelligenza artificiale in ambito militare solleva però importanti interrogativi etici. Una delle principali preoccupazioni riguarda il grado di autonomia affidato alle macchine. Se un algoritmo contribuisce a individuare un obiettivo o suggerisce un attacco, diventa più difficile stabilire chi sia responsabile in caso di errore.

Organizzazioni internazionali hanno più volte evidenziato i rischi associati ai cosiddetti sistemi d'arma autonomi, che potrebbero ridurre il controllo umano nelle decisioni che riguardano la vita e la morte delle persone.

Anche il riconoscimento faciale e la sorveglianza di massa pongono problemi significativi per la tutela della privacy e dei diritti fondamentali, soprattutto nei territori coinvolti da conflitti armati.

Possibili conseguenze

Nei prossimi anni l'intelligenza artificiale potrebbe trasformare ulteriormente il modo in cui vengono combattute le guerre. Gli esperti ipotizzano un aumento dell'utilizzo di droni autonomi, sistemi di difesa automatizzati e operazioni di cyberwarfare sempre più sofisticate.

Parallelamente, la crescente competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina potrebbe accelerare una nuova corsa agli armamenti basata non tanto sulle armi tradizionali quanto sulla capacità di sviluppare algoritmi, infrastrutture digitali e semiconduttori avanzati.

Per questo motivo numerosi governi e organizzazioni internazionali stanno discutendo la necessità di creare regole condivise sull'uso militare dell'intelligenza artificiale, nel tentativo di limitare i rischi e garantire un controllo umano effettivo sulle tecnologie più avanzate.

La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto sviluppare sistemi sempre più avanzati, ma anche stabilire chi dovrà controllarli e quali limiti dovranno essere imposti al loro utilizzo. Il modo in cui gli Stati risponderanno a queste domande potrebbe influenzare il futuro dei conflitti e della sicurezza internazionale.

L'intelligenza artificiale sta cambiando la guerra perché permette agli eserciti di prendere decisioni più velocemente e di utilizzare enormi quantità di informazioni in tempo reale. Questo può rendere le operazioni militari più efficienti, ma apre anche nuove questioni etiche e politiche. La sfida dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica, sicurezza e tutela dei diritti umani.

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Geopolitica

Cos’è l’ONU, cosa fa e che impatto ha nella nostra quotidianità?

Cos’è davvero questa “ONU”?

Le Nazioni Unite sono un'organizzazione internazionale fondata nel 1945 a seguito della Seconda guerra mondiale. Al momento ne fanno parte 193 Stati membri. Il ruolo di questa organizzazione e i suoi principi sono contenuti nella Carta delle Nazioni Unite. Tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite fanno parte dell'Assemblea Generale (General Assembly). Gli Stati vengono ammessi come membri con una decisione dell'Assemblea Generale su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza (Security Council). Il segretario generale è António Guterres.

Mentre la Seconda guerra mondiale volgeva al termine nel 1945, le nazioni erano in rovina e il mondo desiderava la pace. I rappresentanti di 50 paesi si riunirono alla Conferenza delle Nazioni Unite sull'Organizzazione Internazionale a San Francisco, in California, dal 25 aprile al 26 giugno 1945. Nei due mesi successivi si dedicarono alla stesura e alla firma della Carta delle Nazioni Unite, che istituì una nuova organizzazione internazionale, le Nazioni Unite, con la speranza di prevenire un'altra guerra mondiale.

L’organizzazione iniziò ufficialmente il 24 ottobre 1945, quando entrò in vigore dopo la ratifica da parte di Cina, Francia, Unione Sovietica, Regno Unito, Stati Uniti e della maggioranza degli altri firmatari. Il predecessore delle Nazioni Unite fu la Società delle Nazioni, istituita nel 1919 dopo la Prima guerra mondiale con il Trattato di Versailles, con l’obiettivo di promuovere la cooperazione internazionale e la pace.

La Carta delle Nazioni Unite

La Carta delle Nazioni Unite è il documento fondativo dell’ONU. Fu firmata il 26 giugno 1945 a San Francisco ed entrò in vigore il 24 ottobre 1945.

Grazie al suo carattere internazionale e ai poteri conferiti dalla Carta, le Nazioni Unite possono intervenire su una vasta gamma di questioni. La Carta è un trattato internazionale vincolante per gli Stati membri e stabilisce principi fondamentali delle relazioni internazionali, dall’uguaglianza sovrana degli Stati al divieto dell’uso della forza.

Fin dalla sua fondazione, la missione dell’ONU è stata guidata dalla sua Carta, modificata tre volte nel 1963, 1965 e 1973.

La Corte Internazionale di Giustizia, principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, opera in conformità allo Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, allegato alla Carta e parte integrante di essa (Capitolo XIV, Articolo 92).

Articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite

Gli obiettivi principali dell’ONU sono:

  • Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, prevenendo i conflitti e favorendo la risoluzione pacifica delle controversie tra Stati nel rispetto del diritto internazionale.
  • Promuovere relazioni amichevoli tra le nazioni basate sull’uguaglianza dei diritti e sull’autodeterminazione dei popoli.
  • Favorire la cooperazione internazionale in ambito economico, sociale, culturale e umanitario, promuovendo il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
  • Costituire un luogo di dialogo e coordinamento tra gli Stati.

In sintesi, l’ONU è stata creata per promuovere pace, cooperazione internazionale, diritti umani e risoluzione pacifica dei conflitti.

Articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite

L’Articolo 2 stabilisce i principi fondamentali dell’ONU e dei suoi Stati membri:

  • Tutti gli Stati membri sono sovrani e uguali.
  • Gli Stati devono rispettare in buona fede gli impegni assunti.
  • Le controversie internazionali devono essere risolte pacificamente.
  • Gli Stati devono evitare l’uso o la minaccia della forza contro altri Paesi.
  • Gli Stati devono collaborare con l’ONU e non aiutare Stati contro cui l’organizzazione agisce.
  • Anche gli Stati non membri devono rispettare questi principi, per quanto possibile.
  • L’ONU non può intervenire negli affari interni degli Stati, salvo nei casi necessari per la pace internazionale.

In sintesi, il sistema internazionale si basa su sovranità degli Stati, cooperazione e divieto dell’uso della forza, con l’ONU come garante della pace.

Struttura dell’ONU

Sono istituiti come organi principali delle Nazioni Unite: Assemblea Generale (General Assembly), Consiglio di Sicurezza (Security Council), Consiglio Economico e Sociale (Economic and Social Council), Consiglio di Amministrazione Fiduciaria (Trusteeship Council), Corte Internazionale di Giustizia (International Court of Justice) e Segretariato (Secretariat).

I cambiamenti nelle relazioni internazionali hanno modificato il ruolo dell’ONU. Durante la Guerra Fredda, le tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica hanno fortemente influenzato le funzioni dell’organizzazione. La decolonizzazione ha ampliato le sfide politiche ed economiche. Dopo il 1991, con la fine della Guerra Fredda, l’ONU ha affrontato nuove crisi globali, tra cui guerre civili, crisi umanitarie e terrorismo.

Cosa fa l’ONU

Peacekeeping

Le missioni di peacekeeping aiutano i Paesi a passare dal conflitto alla pace. I “caschi blu” proteggono i civili, riducono la violenza e supportano la stabilità. Dal 1948, oltre due milioni di persone hanno partecipato a 71 missioni. Attualmente circa 50.000 peacekeepers operano in 11 missioni.

Le operazioni si basano su tre principi che servono a garantire che i “caschi blu” non diventino una forza di guerra, ma di stabilizzazione.

Consenso delle parti significa che le missioni ONU possono operare solo se tutte le parti coinvolte nel conflitto accettano la loro presenza. Senza questo accordo, i peacekeeper non possono entrare o restare in quella zona, perché verrebbero percepiti come una forza di occupazione.

Imparzialità vuol dire che l’ONU non può schierarsi con uno dei lati del conflitto. I caschi blu devono agire come mediatori neutrali, applicando il loro mandato in modo equo, senza favorire nessuna parte.

Uso della forza solo per autodifesa o per il mandato significa che i peacekeeper non sono un esercito offensivo. Possono usare la forza solo se vengono attaccati oppure per proteggere civili e applicare le regole stabilite dal loro mandato. In tutti gli altri casi devono evitare lo scontro diretto.

Aiuti umanitari

Il WFP è una delle principali organizzazioni umanitarie e fornisce cibo e assistenza nelle crisi. Altre agenzie includono l’UNHCR per i rifugiati, l’OMS per la salute globale e l’UNICEF per i diritti dei bambini.

Diritti umani

L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) tutela i diritti fondamentali e monitora le violazioni.

Limiti dell’ONU

Il Consiglio di Sicurezza è il principale organo dell’ONU responsabile del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Tuttavia, spesso non riesce ad agire efficacemente a causa del diritto di veto detenuto dai cinque membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia. Questo meccanismo permette a ciascuno di questi Paesi di bloccare una risoluzione anche se tutti gli altri membri sono favorevoli. Negli ultimi anni il veto ha limitato l’azione dell’ONU in diverse crisi. Nel caso della guerra in Ucraina, la Russia ha utilizzato il proprio veto per bloccare risoluzioni che condannavano l'invasione del 2022. Nella guerra tra Israele e Hamas, invece, gli Stati Uniti hanno più volte posto il veto a proposte di cessate il fuoco o ad altre risoluzioni riguardanti la Striscia di Gaza, sostenendo che i testi presentati non affrontassero adeguatamente le questioni di sicurezza di Israele. Di conseguenza, il Consiglio di Sicurezza si trova spesso paralizzato proprio nelle crisi più importanti, quando le grandi potenze hanno interessi contrastanti.

Un ulteriore limite è la difficoltà di raggiungere accordi su temi globali complessi, dove il consenso tra Stati è spesso impossibile. In molte situazioni, l’ONU può solo mediare o monitorare senza intervenire direttamente.

Questi limiti derivano non solo da inefficienze interne, ma dalla struttura stessa dell’organizzazione, basata sulla sovranità degli Stati e sull’equilibrio tra grandi potenze.

Perché esistono questi limiti?

I limiti delle Nazioni Unite esistono perché l’organizzazione è stata creata nel 1945 come un compromesso tra Stati sovrani e grandi potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. L’obiettivo non era creare un governo mondiale, ma evitare una nuova guerra globale mantenendo il coinvolgimento delle principali potenze (Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina, Regno Unito e Francia). Per questo è stato introdotto il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, che consente a questi Paesi di bloccare decisioni fondamentali. Inoltre, il principio della sovranità degli Stati impedisce all’ONU di imporre la propria volontà senza consenso. Questo equilibrio rende l’organizzazione legittima a livello internazionale, ma ne limita anche l’efficacia nelle crisi.

Impatto dell’ONU nella vita quotidiana

L’ONU ha effetti concreti anche sulla nostra vita di tutti i giorni, spesso senza che ce ne accorgiamo. Un esempio reale è il lavoro del WFP durante la guerra in Ucraina: l’Ucraina è uno dei principali esportatori mondiali di grano e mais, e il blocco dei porti nel Mar Nero nel 2022 ha fatto aumentare i prezzi del grano a livello globale. Il programma alimentare ONU è intervenuto per coordinare corridoi di esportazione e aiuti alimentari, contribuendo a evitare una crisi alimentare ancora più grave in diversi Paesi del mondo, soprattutto in Africa e Medio Oriente. Questo ha avuto un impatto diretto anche in Europa, perché l’aumento dei prezzi del grano ha influenzato il costo di prodotti quotidiani come pane e pasta. In questo modo, decisioni e interventi legati all’ONU entrano indirettamente anche nella nostra spesa quotidiana.

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Media&Società

Internet appartiene a tutti. O forse no?

Ogni giorno utilizziamo Internet per studiare, informarci, lavorare e comunicare. Ma chi controlla davvero la rete? Esiste qualcuno che può spegnerla o decidere cosa vediamo?

Quando pensiamo a Internet, potremmo immaginare una singola persona o azienda che tira le fila dell'intero sistema. In realtà, la situazione è molto più complessa. Internet non appartiene a nessuno e, allo stesso tempo, appartiene a tutti.

La rete che utilizziamo ogni giorno è il risultato della collaborazione tra governi, aziende tecnologiche, fornitori di servizi Internet, organizzazioni internazionali, università e persino gli utenti stessi. Questo modello prende il nome di "multistakeholder governance", cioè una gestione condivisa tra diversi attori che partecipano alle decisioni sul funzionamento e sul futuro di Internet.

In altre parole, non esiste un singolo proprietario della rete. Tuttavia, questo non significa che nessuno abbia potere. Alcuni governi possono limitare l'accesso a determinati contenuti, le grandi aziende tecnologiche decidono quali informazioni mostrarci attraverso gli algoritmi, mentre organizzazioni tecniche internazionali coordinano il funzionamento dell'infrastruttura che rende possibile la connessione tra miliardi di persone.

Per capire chi controlla davvero Internet, dobbiamo quindi analizzare il ruolo di ciascuno di questi attori e il modo in cui influenzano la nostra esperienza online.

Come funziona Internet?

Molti immaginano Internet come una sorta di spazio virtuale immateriale, spesso rappresentato dalla cosiddetta "nuvola". In realtà, Internet è una gigantesca rete fisica composta da migliaia di reti collegate tra loro.

Ogni volta che inviamo un messaggio, guardiamo un video o apriamo un sito web, i dati viaggiano attraverso cavi, antenne, router e server sparsi in tutto il mondo. Le informazioni vengono trasformate in impulsi elettrici o segnali luminosi che percorrono queste infrastrutture a velocità elevatissime.

Uno degli aspetti più sorprendenti di Internet è che non esiste un centro di controllo unico. La rete è distribuita: milioni di computer e dispositivi collaborano tra loro senza dipendere da una singola macchina o da un'unica autorità. Questo rende Internet particolarmente resistente. Anche se un server, un data center o un'intera rete smette di funzionare, il resto della rete continua generalmente a operare.

Per rendere possibile tutto questo esistono diverse infrastrutture fondamentali. I router indirizzano il traffico dati verso la destinazione corretta, i server conservano siti web, immagini e applicazioni, mentre enormi data center ospitano milioni di informazioni accessibili ogni giorno da miliardi di persone.

Internet, quindi, non vive nel "cloud": dietro ogni ricerca su Google, ogni video su TikTok o ogni messaggio inviato su WhatsApp esiste una complessa infrastruttura fisica che collega continenti, Paesi e persone.

Governi e confini digitali

Nonostante Internet appaia come uno spazio libero e senza confini, ciò che possiamo vedere, leggere o pubblicare online è spesso influenzato dalle decisioni dei governi nazionali. In altre parole, anche nel mondo digitale esistono dei confini, sebbene siano meno visibili di quelli geografici.

Uno degli esempi più noti è la Cina, che possiede uno degli ambienti digitali più controllati al mondo. Il governo utilizza sistemi di censura per monitorare informazioni, notizie e contenuti pubblicati sui social media. Molte piattaforme occidentali, tra cui Facebook, Instagram e diversi servizi di Google, sono bloccate dal cosiddetto "Grande Firewall", una rete di controlli che limita l'accesso a siti e applicazioni straniere. Giornalisti, attivisti e cittadini che criticano il governo possono inoltre essere soggetti a sanzioni, arresti o altre forme di pressione che favoriscono l'autocensura.

Anche la Russia ha progressivamente rafforzato il proprio controllo sullo spazio digitale. Dopo l'inizio della guerra in Ucraina, l'autorità statale per le comunicazioni, Roskomnadzor, ha bloccato numerosi siti di informazione indipendenti e limitato l'accesso a piattaforme considerate ostili al governo. Le autorità hanno inoltre intensificato il monitoraggio delle attività online, mentre diversi cittadini sono stati perseguiti per aver pubblicato contenuti critici nei confronti della guerra o delle istituzioni statali.

Questi casi mostrano come Internet non sia soltanto uno strumento tecnologico, ma anche uno spazio politico. Attraverso la censura, il controllo delle informazioni e la sorveglianza digitale, gli Stati possono influenzare ciò che i cittadini vedono, leggono e discutono online.

Big Tech, algoritmi e informazione

Un'ulteriore forma di influenza sulla rete è esercitata dalle cosiddette Big Tech, aziende come TikTok, Instagram, Facebook e X. Queste piattaforme non controllano Internet, ma controllano una parte significativa di ciò che vediamo ogni giorno online.

Per molti giovani, infatti, i social media sono diventati una delle principali fonti di informazione. Le notizie non arrivano più soltanto attraverso giornali, televisioni o siti specializzati, ma vengono spesso filtrate dagli algoritmi delle piattaforme e dai creatori di contenuti che seguiamo.

Secondo il Reuters Institute Digital News Report 2025, oltre un quarto degli utenti a livello globale riceve notizie ogni settimana da content creator e influencer che producono contenuti principalmente sui social network. Molti utenti considerano questi creatori più coinvolgenti e più facili da comprendere rispetto ai media tradizionali.

Questo fenomeno presenta però anche alcuni rischi. In diversi Paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile e Polonia, i ricercatori hanno osservato che molti dei creatori di notizie più seguiti tendono a rappresentare posizioni politiche molto polarizzate. Di conseguenza, i social media possono contribuire a rafforzare divisioni già esistenti nella società, mostrando agli utenti soprattutto contenuti in linea con le loro idee.

In questo senso, il dibattito non riguarda soltanto la libertà di accesso a Internet, ma anche chi decide quali informazioni ricevano maggiore visibilità. Sebbene nessuna azienda possieda la rete, le piattaforme digitali influenzano sempre più il modo in cui milioni di persone si informano e interpretano la realtà.

Le infrastrutture della rete

Sebbene Internet sia una rete globale aperta a miliardi di utenti, una parte significativa delle infrastrutture che la rendono possibile è controllata da un numero ristretto di grandi aziende tecnologiche. Cavi sottomarini, data center e servizi cloud rappresentano l'ossatura fisica della rete e sono sempre più spesso finanziati o gestiti da colossi come Google, Amazon, Meta e Microsoft.

Questo significa che, anche se nessuna azienda possiede Internet nel suo complesso, alcune società esercitano un'influenza enorme sul suo funzionamento quotidiano. Ogni ricerca su Google, ogni video visto su YouTube o TikTok e ogni file salvato nel cloud passa attraverso infrastrutture controllate da un numero limitato di attori privati.

In altre parole, dietro l'apparente libertà della rete si nasconde una forte concentrazione di potere tecnologico. Chi controlla le infrastrutture non decide necessariamente cosa possiamo dire, ma possiede gli strumenti che permettono alla comunicazione globale di esistere.

Rischi

Nonostante i social media continuino a rappresentare uno strumento centrale nella nostra vita quotidiana, è importante essere consapevoli dei rischi che il loro utilizzo può comportare.

Uno dei principali è la disinformazione. La velocità con cui i contenuti vengono condivisi rende più facile la diffusione di notizie false, immagini manipolate o informazioni non verificate, che possono influenzare l'opinione pubblica e il dibattito politico.

Un altro rischio riguarda la sorveglianza digitale. Ogni ricerca, like, commento o video visualizzato lascia una traccia. Questi dati possono essere raccolti e utilizzati da aziende e, in alcuni Paesi, anche dai governi per monitorare comportamenti, preferenze e abitudini degli utenti.

Esiste poi il problema della privacy. Molti servizi online funzionano grazie alla raccolta di grandi quantità di dati personali, spesso senza che gli utenti siano pienamente consapevoli di come queste informazioni vengano utilizzate.

Infine, la crescente concentrazione del potere nelle mani di poche grandi aziende tecnologiche solleva interrogativi sul cosiddetto monopolio tecnologico. Quando una parte significativa delle informazioni e delle infrastrutture digitali dipende da un numero limitato di attori, aumenta il rischio che poche realtà possano influenzare ciò che vediamo, leggiamo e discutiamo online.

Internet e i social media rimangono strumenti straordinari, ma la libertà digitale non consiste solo nell'avere accesso alle informazioni: consiste anche nel saperle analizzare criticamente. In un mondo in cui ogni giorno siamo esposti a migliaia di contenuti, la capacità di verificare le fonti, riconoscere la manipolazione e proteggere i propri dati è diventata una delle competenze più importanti del XXI secolo.

Nella vita quotidiana

Ma cosa significa tutto questo nella nostra vita quotidiana? Ogni volta che mettiamo un like, condividiamo un contenuto, utilizziamo un hashtag o selezioniamo l'opzione "Non mi interessa", stiamo facendo molto più che interagire con una piattaforma. Stiamo fornendo informazioni sui nostri interessi, sulle nostre opinioni e sulle nostre abitudini. Questi dati vengono utilizzati dagli algoritmi per decidere quali contenuti mostrarci e quali, invece, lasciare in secondo piano.

In altre parole, Internet non si limita a riflettere ciò che siamo: contribuisce anche a plasmare ciò che vediamo e il modo in cui interpretiamo il mondo. Due persone possono utilizzare la stessa piattaforma e ricevere informazioni completamente diverse, perché gli algoritmi costruiscono un'esperienza personalizzata per ciascun utente.

Abbiamo visto come Internet non sia qualcosa di astratto o magico, ma il risultato dell'interazione tra governi, aziende tecnologiche, infrastrutture fisiche e utenti. Nessuno controlla completamente la rete, ma molti soggetti esercitano una certa influenza sul suo funzionamento e sulle informazioni che circolano al suo interno.

La vera sfida non è capire chi possiede Internet, ma comprendere come il potere venga esercitato al suo interno. In un mondo sempre più connesso, essere cittadini digitali consapevoli significa non limitarsi a utilizzare la rete, ma imparare a interrogarsi su ciò che vediamo, sulle fonti che consultiamo e sugli interessi che possono nascondersi dietro uno schermo. Perché la libertà digitale non consiste soltanto nell'avere accesso alle informazioni, ma anche nella capacità di comprenderle criticamente.

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Media&Società

Le chat private sono davvero a rischio? Ecco cosa sta succedendo in Europa

Il nuovo scontro europeo tra sicurezza e privacy digitale

Ogni giorno miliardi di persone utilizzano applicazioni di messaggistica come WhatsApp, Messenger, Telegram e altri servizi digitali per comunicare e condividere informazioni personali. Ma cosa succederebbe se queste comunicazioni potessero essere analizzate automaticamente?

È proprio questo il centro del dibattito europeo sul cosiddetto Chat Control, il nome con cui viene indicata la proposta dell’Unione Europea per contrastare la diffusione online di materiale pedopornografico e l’adescamento dei minori.

L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni europee è quello di fornire nuovi strumenti alle autorità per individuare più rapidamente contenuti legati agli abusi sessuali sui minori e proteggere le vittime.

Il dibattito ha però generato forti divisioni perché riguarda un equilibrio molto delicato: da una parte la necessità di combattere la criminalità online, dall’altra il rischio di limitare la privacy delle comunicazioni digitali.

Uno dei punti più discussi riguarda la crittografia end-to-end, una tecnologia che permette soltanto al mittente e al destinatario di leggere il contenuto di una conversazione. Secondo molti esperti di sicurezza informatica, indebolire questo sistema potrebbe creare vulnerabilità utilizzabili anche da soggetti diversi dalle autorità.

La nascita del regolamento contro gli abusi online

Per comprendere perché l’Unione Europea abbia iniziato a discutere questo regolamento bisogna partire da un problema reale: la diffusione online di materiale riguardante abusi sessuali sui minori.

Secondo la Commissione europea, ogni anno vengono segnalati milioni di contenuti illegali e una parte significativa viene individuata grazie agli strumenti automatici utilizzati dalle grandi piattaforme tecnologiche.

Nel 2022 la Commissione europea ha presentato una proposta di regolamento chiamata CSAM Regulation (Child Sexual Abuse Material Regulation), conosciuta pubblicamente come Chat Control.

La proposta prevedeva la possibilità di introdurre strumenti più strutturati per individuare materiale pedopornografico online. Proprio questo punto ha creato le maggiori polemiche.

I sostenitori della normativa sostengono che internet abbia reso più facile per le reti criminali produrre, diffondere e scambiare materiale illegale, rendendo necessari strumenti tecnologici più avanzati.

Dall’altra parte, esperti di cybersicurezza, associazioni per i diritti digitali e alcuni eurodeputati hanno espresso preoccupazione per il possibile impatto sulla privacy. Secondo loro, sistemi di controllo automatico delle comunicazioni potrebbero rappresentare un precedente pericoloso e avvicinarsi a forme di sorveglianza digitale di massa.

La sfida politica dell’Unione Europea

Il dibattito sul Chat Control non riguarda soltanto la tecnologia, ma anche il modo in cui l’Unione Europea vuole gestire il rapporto tra sicurezza e libertà individuali.

  • Da una parte, la Commissione europea e diversi governi nazionali ritengono necessario rafforzare gli strumenti contro la criminalità online. Secondo questa visione, la tutela dei minori deve avere la priorità e le autorità devono poter utilizzare strumenti adeguati alla dimensione digitale del problema.
  • Dall’altra parte, diversi eurodeputati, esperti di sicurezza informatica e organizzazioni per i diritti civili sostengono che la lotta agli abusi non debba compromettere principi fondamentali come la riservatezza delle comunicazioni.

Uno degli aspetti più interessanti dal punto di vista geopolitico riguarda il ruolo delle grandi aziende tecnologiche.

Attualmente molti sistemi di rilevamento volontario vengono utilizzati soprattutto da grandi piattaforme private, molte delle quali hanno sede negli Stati Uniti. Questo crea una situazione particolare: l’Unione Europea, che vuole costruire una propria autonomia digitale, dipende ancora in larga parte da infrastrutture e servizi controllati da aziende straniere.

Il tema della sovranità digitale diventa quindi centrale: chi deve avere il potere di controllare i dati dei cittadini europei? Gli Stati? Le istituzioni europee? Oppure le grandi aziende tecnologiche che gestiscono le piattaforme?

La privacy nell’era della sorveglianza digitale

La questione del Chat Control ha aperto un dibattito più ampio sul futuro della privacy nell’era digitale.

La crittografia end-to-end è oggi utilizzata non solo dai cittadini comuni, ma anche da giornalisti, aziende, avvocati e organizzazioni che hanno bisogno di proteggere comunicazioni sensibili.

Secondo i sostenitori della privacy digitale, indebolire questi sistemi potrebbe avere conseguenze che vanno oltre la semplice messaggistica privata. Un sistema creato per individuare contenuti illegali potrebbe infatti diventare un modello applicabile anche ad altri tipi di controllo.

Le organizzazioni che difendono i diritti dei minori, però, sottolineano un altro aspetto: senza strumenti tecnologici efficaci diventa molto più difficile individuare gli autori degli abusi e proteggere le vittime.

Il punto centrale del dibattito non è quindi se combattere o meno gli abusi online, ma quali strumenti utilizzare e quali limiti imporre al controllo digitale.

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Economia

Le criptovalute sono davvero il denaro del futuro?

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare di criptovalute, soprattutto dopo le nuove discussioni sul memecoin legato a Donald Trump. Bitcoin, blockchain, token, memecoin: termini che sentiamo sempre più spesso, ma che per molti restano poco chiari. Eppure non si tratta solo di un fenomeno di Internet o di una moda passeggera: le criptovalute sono ormai una realtà che coinvolge investitori, governi, mercati finanziari e, sempre più spesso, anche i cittadini comuni. Ma cosa sono davvero, come funzionano, quale ruolo stanno assumendo nell'economia globale e, soprattutto, arriverà un giorno in cui le useremo tutti per pagare?

Cos'è una criptovaluta?

Una criptovaluta è una forma di denaro completamente digitale. A differenza dell'euro o del dollaro, non esiste in forma fisica e non viene emessa o controllata da una banca centrale o da un governo. Il suo valore può essere utilizzato per effettuare pagamenti, trasferire denaro o, più frequentemente, come forma di investimento.

Le criptovalute funzionano grazie alla blockchain, un registro digitale condiviso che memorizza tutte le transazioni effettuate. Questo registro non è conservato in un unico computer, ma è distribuito tra migliaia di dispositivi in tutto il mondo, chiamati nodi. Ogni nodo possiede una copia identica del registro e contribuisce a verificarne l'accuratezza, rendendo il sistema estremamente difficile da alterare.

Per garantire la sicurezza delle transazioni viene utilizzata la crittografia, cioè un insieme di complessi algoritmi matematici che verificano l'autenticità di ogni operazione e proteggono il sistema da frodi e contraffazioni.

Le criptovalute vengono conservate all'interno di wallet, portafogli digitali, software che custodiscono le cosiddette chiavi private. Queste funzionano come una firma digitale: dimostrano che il proprietario è autorizzato a utilizzare le proprie criptovalute. Per questo motivo, perdere la chiave privata significa, nella maggior parte dei casi, perdere definitivamente l'accesso ai propri fondi.

In altre parole, le criptovalute permettono di trasferire denaro direttamente tra due persone, senza la necessità di una banca come intermediario.

Perché valgono così tanto?

Il valore delle criptovalute può aumentare o diminuire in modo estremamente rapido. A differenza delle valute tradizionali, il loro prezzo non è stabilito da una banca centrale né garantito da uno Stato. Dipende principalmente dalla domanda e dall'offerta, dalla fiducia degli investitori e dalla speculazione.

Molte persone acquistano criptovalute non per utilizzarle come mezzo di pagamento, ma nella speranza che il loro valore aumenti nel tempo e di poterle rivendere a un prezzo più alto. Questo comportamento alimenta la speculazione e rende il loro prezzo estremamente volatile: in poche ore una criptovaluta può aumentare o perdere una parte significativa del proprio valore.

Le criptovalute si basano inoltre sul principio della decentralizzazione. A differenza del sistema finanziario tradizionale, non esiste una banca centrale che controlla o verifica le transazioni. Queste vengono invece validate da migliaia di computer distribuiti in tutto il mondo, che garantiscono il funzionamento della rete attraverso la blockchain.

Proprio l'assenza di un'autorità centrale rappresenta però anche uno dei principali limiti. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), molte criptovalute faticano ancora a garantire la stabilità e l'affidabilità necessarie per sostituire le valute tradizionali. Inoltre, la loro elevata volatilità e il limitato livello di regolamentazione possono favorire truffe e, in alcuni casi, essere sfruttate per attività illecite come il riciclaggio di denaro.

I rischi

Oltre alla forte volatilità del prezzo, le criptovalute presentano altri rischi che è importante conoscere. Tra questi vi sono truffe, frodi, errori operativi, attacchi informatici e furti.

Negli ultimi anni sono aumentati i casi di piattaforme d'investimento false e di criminali che si fingono banche, exchange o società affidabili per sottrarre denaro agli utenti. Una delle tecniche più diffuse è il phishing, una truffa informatica in cui i criminali inducono le vittime a rivelare dati sensibili, come password o chiavi private, oppure a scaricare software dannosi. Una volta ottenute queste informazioni, possono impossessarsi delle criptovalute custodite nei wallet.

Si sono inoltre verificati numerosi casi di piattaforme fraudolente e reti criminali capaci di riciclare o sottrarre centinaia di milioni di euro attraverso le criptovalute.

Per rendere il mercato più sicuro, l'Unione Europea ha introdotto il regolamento MiCA (Markets in Crypto-Assets), che stabilisce nuove regole per gli emittenti e i fornitori di servizi crypto. Tuttavia, le autorità europee ricordano che queste norme non eliminano tutti i rischi e che le criptovalute non offrono le stesse garanzie previste per i depositi bancari o gli investimenti tradizionali.

Cosa sono i memecoin?

Come suggerisce il nome, un memecoin è una criptovaluta nata da un meme, un fenomeno virale, una battuta o dalla popolarità di un personaggio pubblico. A differenza di altre criptovalute, spesso non nasce con l'obiettivo di introdurre una nuova tecnologia o risolvere un problema specifico, ma trae il proprio valore soprattutto dalla popolarità sui social media e dall'interesse della comunità che la sostiene.

Il prezzo di un memecoin può aumentare o diminuire molto rapidamente in base alle tendenze del momento, alle notizie o persino ai post pubblicati da personaggi influenti. Per questo motivo è considerato uno strumento altamente speculativo: può generare guadagni molto elevati, ma anche perdite consistenti in pochissimo tempo.

Come le altre criptovalute, i memecoin possono essere acquistati e venduti attraverso piattaforme di scambio, exchange come Binance o Kraken, oppure tramite exchange decentralizzati.

Tra gli esempi più noti troviamo Dogecoin (DOGE), nato nel 2013 come uno scherzo ispirato al celebre meme del cane Shiba Inu e diventato famoso anche grazie ai post di Elon Musk. Negli anni successivi sono nati altri memecoin di grande successo, come Shiba Inu (SHIB), Pepe (PEPE) e Bonk (BONK), che hanno attirato milioni di investitori e generato enormi volumi di scambio.

Negli ultimi anni il fenomeno si è ulteriormente ampliato: oggi vengono creati memecoin ispirati a eventi di attualità, personaggi pubblici e persino leader politici. Uno degli esempi più discussi è proprio il memecoin legato a Donald Trump, che ha riportato questo tipo di criptovalute al centro del dibattito pubblico.

Il caso Trump

Uno degli esempi più discussi degli ultimi anni è Official Trump ($TRUMP), il memecoin lanciato nel gennaio 2025 e associato al presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Nei primi giorni dal lancio il suo valore aumentò rapidamente, raggiungendo una capitalizzazione di mercato di miliardi di dollari grazie al forte interesse degli investitori e all'ampia attenzione ricevuta sui social media. Nel giro di pochi giorni il token attirò milioni di investitori provenienti da tutto il mondo, dimostrando quanto rapidamente i social media possano influenzare il mercato delle criptovalute.

Come accade per molti memecoin, però, l'entusiasmo iniziale fu seguito da forti oscillazioni del prezzo, con guadagni elevati per alcuni investitori e perdite significative per altri.

Il caso di $TRUMP ha riportato al centro del dibattito il rapporto tra politica e criptovalute. Alcuni osservatori hanno evidenziato come un personaggio pubblico con una grande influenza possa incidere sul valore di un token semplicemente attraverso la propria notorietà e la fiducia dei sostenitori. Altri hanno invece sottolineato i rischi legati all'elevata volatilità di questi strumenti finanziari.

Al di là delle diverse opinioni, il caso Trump dimostra come i memecoin non siano più soltanto un fenomeno nato su Internet, ma possano intrecciarsi con la politica, l'economia e i mercati finanziari, influenzando le decisioni di milioni di investitori.

Perché ci riguarda?

Sempre più spesso, soprattutto sui social media, sentiamo parlare di trading, investimenti online e guadagni facili. Basta aprire TikTok o Instagram per trovare video che promettono di trasformare poche centinaia di euro in migliaia nel giro di pochi giorni. Influencer e creator mostrano i propri guadagni, ma raramente raccontano anche i rischi che si nascondono dietro questi strumenti.

Questo fenomeno è alimentato anche dalla FOMO (Fear Of Missing Out), cioè la paura di perdere un'occasione. Quando vediamo altre persone guadagnare migliaia di euro in poco tempo, possiamo essere spinti a investire impulsivamente, senza comprendere davvero come funzionano le criptovalute o quali rischi comportano.

Per questo motivo sono sempre più frequenti le storie di persone che perdono i propri risparmi, cadono vittime di truffe online o investono in progetti che si rivelano privi di valore. Nella maggior parte dei casi il problema non è la tecnologia in sé, ma la mancanza di educazione finanziaria, cioè delle conoscenze necessarie per valutare rischi, opportunità e affidabilità di un investimento.

Conclusione

Le criptovalute rappresentano una delle innovazioni finanziarie più importanti degli ultimi anni, ma anche una delle più controverse. Capire come funzionano significa distinguere tra innovazione tecnologica e speculazione finanziaria.

In un'epoca in cui bastano un post sui social o la notorietà di un personaggio pubblico per far aumentare il valore di un token nel giro di poche ore, l'informazione e l'educazione finanziaria diventano gli strumenti più importanti per proteggere i propri risparmi. Prima di investire, è fondamentale sapere cosa si sta acquistando, comprendere i rischi e non lasciarsi guidare esclusivamente dall'entusiasmo del momento.

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Economia

Chi decide quanto costa il denaro?

La BCE, la Federal Reserve e i tassi di interesse spiegati in modo semplice.

Introduzione

Ogni volta che accendiamo il telegiornale sentiamo dire che "la BCE ha aumentato i tassi di interesse" oppure che "la Federal Reserve ha deciso di lasciarli invariati". Per molti sembrano decisioni riservate agli economisti o agli esperti di finanza, ma in realtà riguardano tutti noi. Possono influenzare il costo di un mutuo, gli interessi sui risparmi, i prestiti concessi alle imprese e perfino il prezzo dei prodotti che acquistiamo ogni giorno.

Ma cos'è davvero una banca centrale? E perché le sue decisioni hanno un impatto così grande sulla nostra vita quotidiana?

Cos'è una banca centrale?

La banca centrale viene spesso definita la "banca delle banche". A differenza di una banca tradizionale, infatti, non offre servizi direttamente ai cittadini: non permette di aprire un conto corrente, richiedere un mutuo o depositare i propri risparmi.

Il suo compito è molto più ampio. La banca centrale gestisce la moneta di uno Stato o di un gruppo di Stati, controlla la quantità di denaro in circolazione, supervisiona il sistema bancario e utilizza diversi strumenti per mantenere stabile l'economia, in particolare cercando di contenere l'inflazione.

Per questo motivo può essere vista come una sorta di "regista" del sistema finanziario: non prende decisioni direttamente per i cittadini, ma influenza il comportamento delle banche e, di conseguenza, la vita economica di tutti noi.

Le due banche centrali più influenti al mondo sono la Banca Centrale Europea (BCE) e la Federal Reserve degli Stati Uniti.

BCE e Federal Reserve: che differenza c'è?

La Banca Centrale Europea (BCE) è la banca centrale dei Paesi dell'Unione europea che hanno adottato l'euro, cioè quelli che fanno parte della cosiddetta Eurozona. Ha sede a Francoforte sul Meno, in Germania, ed è attualmente guidata da Christine Lagarde, succeduta nel 2019 a Mario Draghi.

Il suo compito principale è definire la politica monetaria dell'area euro, con l'obiettivo di mantenere stabile il valore della moneta e contenere l'inflazione. Per farlo, collabora con le banche centrali dei Paesi che utilizzano l'euro, formando insieme il cosiddetto Eurosistema.

È importante distinguere quest'ultimo dal Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC). Il SEBC comprende la BCE e le banche centrali di tutti i 27 Stati membri dell'Unione europea, anche quelli che non hanno adottato l'euro. L'Eurosistema, invece, comprende solo la BCE e le banche centrali dei Paesi dell'Eurozona: sono queste a partecipare alle decisioni sulla politica monetaria dell'euro.

La Federal Reserve, spesso chiamata semplicemente Fed, è invece la banca centrale degli Stati Uniti. A differenza della BCE, non è un'unica istituzione, ma un sistema composto da un organismo centrale, il Board of Governors, con sede a Washington D.C., e da 12 banche regionali distribuite sul territorio statunitense.

Il suo principale organo decisionale è il Federal Open Market Committee (FOMC), che decide il livello dei tassi di interesse e le principali misure di politica monetaria.

Anche la Federal Reserve opera in modo indipendente dal governo nelle sue decisioni di politica monetaria. Tuttavia, a differenza della BCE, ha un mandato più ampio: oltre a mantenere stabile l'inflazione, deve anche favorire la massima occupazione e contribuire alla stabilità del sistema finanziario.

Qual è il loro obiettivo?

Sebbene la BCE e la Federal Reserve svolgano funzioni molto simili, non hanno esattamente gli stessi obiettivi. Entrambe cercano di mantenere stabile l'economia e il sistema finanziario, ma la loro missione è definita in modo diverso.

La BCE: un mandato unico

L'obiettivo principale della Banca Centrale Europea è mantenere la stabilità dei prezzi, cioè evitare che l'inflazione salga o scenda eccessivamente. Per questo motivo la BCE cerca di mantenere il tasso d'inflazione intorno al 2% nel medio periodo, un livello considerato favorevole per la crescita economica e il potere d'acquisto dei cittadini.

Questo è il cosiddetto mandato unico (single mandate): tutte le decisioni della BCE devono avere come priorità il controllo dell'inflazione. Solo se questo obiettivo non viene compromesso, la banca centrale può contribuire anche ad altri obiettivi dell'Unione europea, come sostenere la crescita economica, l'occupazione, il progresso tecnologico o la sostenibilità ambientale.

Per raggiungere questo obiettivo, la BCE:

  • definisce e attua la politica monetaria dell'Eurozona;
  • gestisce le riserve ufficiali in valuta estera;
  • svolge operazioni sui mercati valutari;
  • promuove il corretto funzionamento dei sistemi di pagamento;
  • contribuisce alla vigilanza sul sistema bancario europeo.

La Federal Reserve: il dual mandate

La Federal Reserve (Fed) ha invece una missione più ampia. Il Congresso degli Stati Uniti le ha affidato il cosiddetto dual mandate, cioè un doppio mandato.

La Fed deve infatti perseguire contemporaneamente due grandi obiettivi:

  • mantenere la stabilità dei prezzi, controllando l'inflazione;
  • favorire la massima occupazione, cercando di mantenere il livello di disoccupazione il più basso possibile senza alimentare un'eccessiva inflazione.

Oltre a questi due obiettivi principali, la Federal Reserve lavora anche per garantire la stabilità del sistema finanziario, supervisionare le banche, tutelare i consumatori e assicurare il buon funzionamento del sistema dei pagamenti statunitense.

La differenza principale

La differenza più importante tra le due istituzioni riguarda proprio il modo in cui prendono le loro decisioni.

Se l'inflazione aumenta molto, la BCE tende a concentrarsi quasi esclusivamente sul riportarla sotto controllo, anche se questo può rallentare temporaneamente la crescita economica. La Federal Reserve, invece, deve sempre trovare un equilibrio tra due esigenze: ridurre l'inflazione senza compromettere eccessivamente il mercato del lavoro. In alcuni momenti può quindi decidere di mantenere tassi di interesse più bassi rispetto alla BCE per sostenere l'occupazione, oppure aumentarli più lentamente se teme un forte rallentamento dell'economia.

Cosa sono i tassi di interesse?

Uno degli strumenti più importanti utilizzati dalle banche centrali per influenzare l'andamento dell'economia sono i tassi di interesse.

Immagina di chiedere un mutuo o un prestito a una banca. Quando restituisci il denaro ricevuto, non paghi soltanto la somma presa in prestito, ma anche un importo aggiuntivo: questo è l'interesse, cioè il costo da pagare per aver utilizzato il denaro della banca.

Anche le banche, però, a loro volta possono aver bisogno di denaro e possono ottenerlo dalla banca centrale. Il tasso di interesse fissato da quest'ultima rappresenta quindi il costo del denaro per le banche commerciali. Quando questo costo cambia, cambiano anche i tassi applicati a famiglie e imprese per mutui, prestiti e finanziamenti.

Per questo motivo le banche centrali utilizzano i tassi di interesse come uno strumento di politica monetaria.

Se l'inflazione è troppo alta, la banca centrale aumenta i tassi di interesse. In questo modo chiedere un prestito diventa più costoso, famiglie e imprese tendono a spendere e investire meno e la domanda diminuisce. Con il tempo, anche la crescita dei prezzi tende a rallentare.

Se invece l'economia è in difficoltà, la banca centrale riduce i tassi di interesse. Prestiti e mutui diventano meno costosi, le persone sono incentivate a spendere di più e le imprese a investire, favorendo la crescita economica.

In altre parole, modificando i tassi di interesse, le banche centrali cercano di trovare un equilibrio tra contenere l'inflazione e sostenere l'economia.

Al momento della stesura di questo articolo (luglio 2026), il tasso sui depositi della BCE è pari al 2,25%, mentre il principale tasso di riferimento della Federal Reserve si colloca al 3,75%.

Cosa succede quando i tassi cambiano?

In sintesi, modificare i tassi di interesse significa influenzare il comportamento di famiglie, imprese e banche.

  • Se la banca centrale aumenta i tassi: mutui più costosi, prestiti più cari, famiglie e imprese spendono meno, diminuiscono consumi e investimenti, l'inflazione tende a diminuire e l'economia rallenta.
  • Se la banca centrale diminuisce i tassi: mutui meno costosi, prestiti più convenienti, famiglie e imprese spendono di più, aumentano consumi e investimenti, l'inflazione tende ad aumentare o a tornare verso l'obiettivo del 2% e l'economia viene stimolata.

Perché le decisioni delle banche centrali contano?

Le decisioni della BCE e della Federal Reserve sono osservate con grande attenzione perché influenzano non solo i mercati finanziari, ma l'intera economia mondiale.

Negli ultimi anni lo scenario internazionale è diventato sempre più instabile. Guerre, tensioni geopolitiche, crisi energetiche e interruzioni delle catene di approvvigionamento hanno contribuito a rendere più incerto l'andamento dei prezzi. Ad esempio, le recenti tensioni in Medio Oriente e i rischi per il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, uno dei principali corridoi mondiali per il trasporto di petrolio e gas naturale, hanno alimentato i timori di un aumento dei costi dell'energia. Se il prezzo dell'energia cresce, infatti, aumentano anche i costi di produzione e di trasporto di molti beni, con il rischio di far salire l'inflazione.

In un contesto come questo, le banche centrali devono valutare attentamente ogni decisione. Se i tassi di interesse vengono mantenuti troppo bassi, l'inflazione potrebbe continuare a crescere; se invece vengono aumentati troppo rapidamente, il rischio è quello di rallentare eccessivamente l'economia, riducendo investimenti, consumi e occupazione.

Per questo motivo, ogni riunione della BCE o della Federal Reserve viene seguita con attenzione da governi, imprese, investitori e cittadini: le loro decisioni rappresentano uno dei principali indicatori dello stato di salute dell'economia e delle prospettive per i mesi successivi.

Perché ci riguarda?

A prima vista, le decisioni della BCE e della Federal Reserve possono sembrare lontane dalla vita di tutti i giorni. In realtà, hanno effetti concreti sul nostro portafoglio e sulle scelte economiche di milioni di persone.

Se hai acceso un mutuo a tasso variabile, una variazione dei tassi di interesse può aumentare o diminuire l'importo della rata mensile. Lo stesso vale per chi richiede un prestito per acquistare un'auto, avviare un'attività o finanziare un progetto personale: tassi più alti significano un costo maggiore del denaro.

Anche l'utilizzo di una carta di credito può diventare più costoso. Se il saldo non viene rimborsato immediatamente, gli interessi applicati dalla banca tendono a seguire l'andamento dei tassi di mercato, rendendo più oneroso il debito.

Le decisioni delle banche centrali influenzano anche i risparmi. Quando i tassi aumentano, strumenti come i conti deposito o alcune obbligazioni possono offrire rendimenti più elevati. Al contrario, quando i tassi diminuiscono, il denaro depositato tende a fruttare meno.

Infine, i tassi di interesse incidono indirettamente anche sui prezzi. Se famiglie e imprese spendono meno perché ottenere un prestito è più costoso, la domanda rallenta e l'inflazione tende a diminuire. Se invece il denaro costa meno e consumi e investimenti aumentano, anche i prezzi possono tornare a crescere.

In altre parole, quando sentiamo al telegiornale che "la BCE ha alzato i tassi" o che "la Federal Reserve ha deciso di lasciarli invariati", non si tratta solo di una notizia per economisti o investitori. È una decisione che, direttamente o indirettamente, può influenzare il costo della vita, il valore dei nostri risparmi e le opportunità economiche di famiglie e imprese.

La BCE e la Federal Reserve non decidono soltanto questioni economiche: influenzano il costo della vita di milioni di persone. Comprendere come funzionano significa capire perché un mutuo diventa più costoso, perché un prestito viene concesso più difficilmente o perché l'inflazione può diminuire. L'economia non è fatta solo di grafici e numeri: è qualcosa che entra ogni giorno nelle nostre case.

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Diritti umani

Quando sopravvivere diventa un permesso

Immaginate un camion carico di farina. Dopo giorni di viaggio attraverso strade pericolose e zone di guerra, è finalmente vicino alla sua destinazione. Dall'altra parte ci sono famiglie che aspettano cibo, bambini che hanno fame e persone che dipendono da quel carico per sopravvivere.

Eppure, il camion potrebbe non arrivare mai.

Non perché il cibo non esista. Non perché manchino gli aiuti. Ma perché qualcuno controlla il passaggio.

In quel momento, tra il camion e le persone che aspettano, non c'è solo un confine. C'è il potere.

Gli aiuti umanitari non arrivano da soli

Quando sentiamo parlare di aiuti umanitari, immaginiamo spesso qualcosa di semplice: cibo, acqua o medicine che vengono consegnati a chi ne ha bisogno. In realtà, durante una guerra o una crisi umanitaria, il percorso è molto più complesso.

Qualcuno controlla i valichi, le strade, i permessi, i controlli di sicurezza e i convogli. Di conseguenza, chi controlla l'accesso controlla anche, in parte, la possibilità di sopravvivere.

Questo è uno degli aspetti più importanti da capire quando si parla di crisi umanitarie: gli aiuti non sono solo una questione logistica, ma anche politica.

Quando il cibo diventa uno strumento di potere

Prendiamo il caso della Striscia di Gaza. Negli ultimi anni il territorio è diventato fortemente dipendente da risorse esterne come cibo, acqua, medicine e carburante.

Quando l'ingresso degli aiuti viene rallentato o limitato, le conseguenze non sono solo burocratiche. Migliaia di persone possono ritrovarsi senza accesso ai beni essenziali per la sopravvivenza.

Per questo motivo molti esperti sostengono che il controllo degli aiuti possa trasformarsi in uno strumento di pressione politica e militare. Chi decide quando entra il cibo, quanta acqua è disponibile o quali convogli possono passare esercita un potere enorme sulla popolazione civile.

I diritti non sono concessioni

Spesso parliamo di diritti umani come se fossero garantiti automaticamente. In realtà, un diritto esiste davvero solo quando una persona può esercitarlo.

Pensiamo al diritto al cibo, all'acqua o alle cure mediche. Se una persona non può accedervi perché qualcuno controlla le risorse necessarie per sopravvivere, quel diritto diventa fragile.

Per questo motivo il diritto internazionale considera l'assistenza umanitaria un obbligo e non un favore. Mangiare, bere, curarsi e vivere con dignità non dovrebbero dipendere dalla volontà di chi detiene il potere.

Perché riguarda anche noi?

Molti vedono le crisi umanitarie come problemi lontani. In realtà, queste situazioni ci pongono una domanda fondamentale: i diritti appartengono davvero a tutti o dipendono dalle circostanze politiche?

Quando una persona deve aspettare un'autorizzazione per ricevere cibo, acqua o medicine, la sopravvivenza smette di essere un diritto e rischia di trasformarsi in un permesso.

Gli aiuti umanitari servono a salvare vite umane durante guerre e crisi. Tuttavia, quando l'accesso al cibo, all'acqua o alle medicine viene controllato da attori politici o militari, anche la sopravvivenza può diventare uno strumento di potere.

I diritti non dovrebbero dipendere da chi controlla un confine, un valico o un convoglio. Perché i diritti non sono concessioni: appartengono a ogni essere umano per il semplice fatto di essere umano.

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Geopolitica

Hamas, Hezbollah e non solo: cosa sono davvero le milizie armate?

Ogni volta che si parla di Medio Oriente, Ucraina, Africa o Asia sentiamo nomi come Hamas, Hezbollah, Houthi, ISIS o Wagner. Spesso vengono presentati come se fossero la stessa cosa. In realtà, appartengono a categorie molto diverse. Sono eserciti? Partiti politici? Milizie? Organizzazioni terroristiche? Oppure tutte queste cose insieme?

Per capirlo, bisogna prima fare chiarezza su alcuni termini che nei notiziari vengono spesso usati come sinonimi, ma che in realtà hanno significati diversi.

Cos'è una milizia?

Prima di rispondere a questa domanda è importante chiarire un concetto: non tutti i gruppi armati sono uguali.

Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), un gruppo armato organizzato è il braccio armato di un'organizzazione non statale coinvolta in un conflitto armato. Può essere formato da ex militari, gruppi separatisti oppure da civili che si organizzano militarmente per combattere. Quando si parla di gruppo armato organizzato ci si riferisce esclusivamente alla sua componente militare e non ad eventuali ali politiche o sociali.

Per comprendere meglio questa definizione è necessario fare un'altra distinzione. Il diritto internazionale umanitario distingue infatti due grandi categorie di conflitti: i conflitti armati internazionali, combattuti tra due o più Stati, e i conflitti armati non internazionali, che si svolgono all'interno di uno Stato e coinvolgono uno o più gruppi armati organizzati. Oggi la maggior parte dei conflitti nel mondo appartiene a questa seconda categoria.

Per questo motivo organizzazioni come il Comitato Internazionale della Croce Rossa dialogano anche con i gruppi armati non statali: non per sostenerli, ma per cercare di garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario e proteggere la popolazione civile.

Qual è la differenza tra esercito, milizia, gruppo armato e organizzazione terroristica?

Esercito regolare. È l'insieme delle forze armate ufficiali di uno Stato, sottoposte al controllo del governo e incaricate della difesa nazionale. Ne sono un esempio l'Esercito Italiano o le Forze Armate francesi.

Milizia. È un gruppo armato composto prevalentemente da cittadini che opera al di fuori delle forze armate regolari. Può nascere per difendere un territorio, sostenere un movimento politico o religioso oppure partecipare a un conflitto interno.

Gruppo armato organizzato. È una definizione utilizzata dal diritto internazionale per indicare un'organizzazione non statale dotata di una struttura militare sufficientemente organizzata da prendere parte a un conflitto armato. Alcuni gruppi armati possiedono anche un'ala politica, amministrano territori o forniscono servizi alla popolazione.

Organizzazione terroristica. Si tratta di un gruppo che utilizza atti di terrorismo, come attentati contro civili, intimidazione o violenza indiscriminata, per perseguire obiettivi politici, religiosi o ideologici. È importante ricordare che non esiste una lista unica valida a livello mondiale: la classificazione come organizzazione terroristica dipende dalle designazioni adottate dai singoli Stati o da organizzazioni internazionali, come l'Unione Europea o le Nazioni Unite.

Nella pratica, una stessa organizzazione può appartenere contemporaneamente a più categorie. Può avere un'ala politica, una militare, controllare un territorio e, allo stesso tempo, essere classificata come organizzazione terroristica da alcuni Paesi.

Perché nascono?

Non esiste una sola risposta. Ogni gruppo armato nasce in un contesto storico e politico diverso, ma gli studiosi individuano alcune cause ricorrenti.

Molti gruppi armati emergono quando una parte della popolazione ritiene che lo Stato non sia più in grado di garantire sicurezza, rappresentanza o diritti fondamentali. In altri casi, nascono durante un'occupazione militare, una guerra civile o una grave crisi politica, con l'obiettivo dichiarato di difendere una comunità, ottenere l'indipendenza di un territorio o rovesciare il governo.

Le motivazioni possono essere molto diverse: politiche, quando si vuole cambiare il sistema di governo; religiose, quando la lotta viene giustificata attraverso una particolare interpretazione della religione; etniche, quando un gruppo combatte per difendere la propria identità o autonomia; oppure territoriali, quando l'obiettivo è il controllo di una determinata area.

Con il tempo, alcuni di questi gruppi rimangono semplici organizzazioni armate, mentre altri sviluppano una struttura molto più complessa. Alcuni controllano territori, amministrano servizi pubblici, raccolgono tasse, possiedono un'ala politica o partecipano persino alle elezioni. È proprio questa evoluzione che rende difficile classificarli in un'unica categoria.

Alcuni esempi

Hamas
Hamas è un movimento politico-militare palestinese nato nel 1987 durante la Prima Intifada, la rivolta palestinese contro l'occupazione israeliana. Oltre a possedere un'ala militare, le Brigate al-Qassam, dal 2007 governa de facto la Striscia di Gaza. Il suo obiettivo dichiarato è la liberazione della Palestina e per molti anni ha rifiutato di riconoscere lo Stato di Israele. Secondo numerose analisi internazionali, riceve sostegno economico e militare dall'Iran. L'Unione Europea, gli Stati Uniti e numerosi altri Paesi lo classificano come organizzazione terroristica, mentre altri Stati adottano una posizione diversa.

Hezbollah
Hezbollah è un movimento politico-militare sciita nato in Libano nel 1982 durante l'invasione israeliana del Paese. Oltre a possedere una potente ala armata, partecipa alla vita politica libanese con propri rappresentanti in Parlamento e nel governo e gestisce scuole, ospedali e altri servizi sociali. Secondo numerose analisi internazionali, riceve sostegno economico e militare dall'Iran. Alcuni Paesi distinguono tra la sua ala politica e quella militare, mentre altri classificano come terroristica l'intera organizzazione.

Houthi
Gli Houthi sono un movimento politico-militare sciita nato negli anni Novanta nel nord dello Yemen. Inizialmente rivendicavano una maggiore rappresentanza della comunità zaidita, ma con il tempo sono diventati uno dei principali protagonisti della guerra civile yemenita. Oggi controllano gran parte dello Yemen nord-occidentale, inclusa la capitale Sana'a, e negli ultimi anni hanno effettuato attacchi contro navi nel Mar Rosso e contro Israele nell'ambito delle tensioni regionali.

ISIS (Daesh)
ISIS, conosciuto anche come Stato Islamico o Daesh, è un'organizzazione jihadista nata in Iraq e successivamente espansasi in Siria. Nel 2014 proclamò un "califfato" su parte dei territori conquistati, imponendo un regime estremamente violento. È responsabile di numerosi attentati terroristici e gravi violazioni dei diritti umani ed è considerato un'organizzazione terroristica dalla quasi totalità della comunità internazionale.

Wagner Group
Il Wagner Group è una compagnia militare privata russa fondata nel 2014. Pur essendo formalmente un'impresa privata, ha operato in stretto coordinamento con gli interessi della Russia in conflitti come quelli in Ucraina, Siria e diversi Paesi africani. A differenza delle altre organizzazioni citate, non nasce da una rivolta interna o da motivazioni religiose, ma rappresenta un esempio di come anche aziende private possano influenzare i conflitti contemporanei.

Perché alcuni vengono chiamati terroristi?

È probabilmente l'aspetto che genera più confusione quando si seguono le notizie internazionali.

Una delle cose più difficili da capire è che il termine "terrorista" non descrive necessariamente la natura di un'organizzazione, ma rappresenta spesso una classificazione giuridica e politica che può variare da uno Stato all'altro. Non esiste infatti una definizione universale di terrorismo condivisa da tutti i Paesi delle Nazioni Unite, motivo per cui uno stesso gruppo può essere considerato terroristico da alcuni Stati e non da altri.

Ad esempio, l'Unione Europea, gli Stati Uniti e molti altri Paesi inseriscono Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche, mentre altri Stati non adottano la stessa classificazione. Nel caso di Hezbollah, alcuni Paesi distinguono tra la sua ala politica e quella militare, mentre altri considerano terroristica l'intera organizzazione.

Ma allora, che cos'è il terrorismo?

Più che indicare un tipo specifico di organizzazione, il terrorismo descrive un metodo di azione. Esso consiste nell'uso o nella minaccia della violenza con l'obiettivo di diffondere paura non solo tra le vittime dirette, ma anche nell'intera popolazione, per raggiungere obiettivi politici, religiosi o ideologici. Proprio questa volontà di intimidire un pubblico molto più ampio distingue il terrorismo dalle forme tradizionali di guerra.

Comprendere questa differenza è fondamentale: non tutte le milizie sono organizzazioni terroristiche e non tutte le organizzazioni terroristiche sono semplicemente delle milizie.

Perché ci riguarda?

Potremmo pensare che queste organizzazioni riguardino solo Paesi lontani, ma non è così. Le loro azioni hanno conseguenze che arrivano fino a noi.

Una delle principali è la migrazione forzata. Secondo l'UNHCR, circa due terzi dei rifugiati nel mondo provengono da soli cinque Paesi: Venezuela, Ucraina, Siria, Afghanistan e Sudan. Alla fine del 2025 quasi 45 milioni di bambini risultavano sfollati a causa di guerre e persecuzioni.

Le conseguenze riguardano anche l'economia. Quando gruppi armati controllano territori strategici o attaccano importanti rotte commerciali, come avvenuto nel Mar Rosso con gli Houthi, il trasporto di petrolio e merci diventa più costoso. L'aumento dei costi logistici si riflette poi sul prezzo dell'energia, dei trasporti e di molti prodotti che acquistiamo ogni giorno, dal carburante fino ai beni alimentari.

Per questo motivo i gruppi armati non rappresentano soltanto una questione militare. Le loro azioni influenzano la stabilità regionale, i rapporti tra gli Stati, l'economia globale e, indirettamente, anche la nostra vita quotidiana.

Quando sentiamo parlare di Hamas, Hezbollah, Houthi, ISIS o Wagner non stiamo parlando della stessa cosa. Alcuni sono movimenti politico-militari, altri compagnie militari private, altri ancora vengono classificati come organizzazioni terroristiche da determinati Stati. Conoscere queste differenze ci permette di leggere le notizie con maggiore consapevolezza e di capire meglio i conflitti che influenzano il mondo di oggi.

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Ambiente

Cosa sono gli Accordi di Parigi e perché ne sentiamo parlare così spesso?

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso degli Accordi di Parigi, soprattutto quando si discute di cambiamento climatico, emissioni di CO2 o transizione energetica. Per molti, però, rimangono un tema distante, riservato ai governi e alle grandi conferenze internazionali. In realtà, si tratta di uno degli accordi più importanti mai raggiunti nella cooperazione internazionale e le sue conseguenze influenzano anche la nostra vita quotidiana.

Gli Accordi di Parigi sono un trattato internazionale giuridicamente vincolante sui cambiamenti climatici, adottato il 12 dicembre 2015 durante la ventunesima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul clima (COP21), tenutasi a Parigi. L'accordo è entrato in vigore il 4 novembre 2016 e oggi conta quasi tutti gli Stati del mondo tra i suoi aderenti.

Cosa prevedono?

L'obiettivo principale dell'accordo è limitare il riscaldamento globale causato dalle attività umane.

Per raggiungere questo risultato, i Paesi si sono impegnati a:

  • mantenere l'aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali;
  • proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C, soglia oltre la quale gli impatti del cambiamento climatico diventerebbero molto più gravi;
  • ridurre progressivamente le emissioni di gas serra;
  • monitorare periodicamente i progressi compiuti;
  • sostenere economicamente i Paesi in via di sviluppo nella lotta al cambiamento climatico e nell'adattamento ai suoi effetti.

L'accordo si basa inoltre su un principio fondamentale: trasparenza e cooperazione. Tutti gli Stati devono condividere i propri risultati e collaborare affinché la transizione climatica coinvolga anche i Paesi con minori risorse economiche.

Come funziona?

A differenza di quanto si potrebbe pensare, gli Accordi di Parigi non impongono a tutti gli Stati lo stesso piano d'azione.

Ogni cinque anni ciascun Paese presenta i propri Contributi Determinati a livello Nazionale (NDC), cioè un piano che indica come intende ridurre le emissioni di gas serra e adattarsi agli effetti del cambiamento climatico.

Ogni nuovo piano dovrebbe essere più ambizioso del precedente, creando un meccanismo di miglioramento continuo. In questo modo l'accordo punta a coinvolgere progressivamente tutti gli Stati verso obiettivi climatici sempre più stringenti.

I limiti degli Accordi di Parigi

Nonostante rappresentino uno dei più importanti accordi internazionali sul clima, gli Accordi di Parigi presentano alcuni limiti.

Il primo riguarda l'efficacia degli impegni assunti. Secondo l'Emissions Gap Report 2025 dell'UNEP, anche se tutti i Paesi rispettassero integralmente gli impegni attualmente dichiarati, il pianeta si dirigerebbe comunque verso un aumento della temperatura compreso tra 2,3°C e 2,5°C. Se invece venissero mantenute soltanto le politiche oggi in vigore, il riscaldamento potrebbe raggiungere circa 2,8°C entro la fine del secolo.

Per rispettare pienamente gli obiettivi dell'Accordo di Parigi, entro il 2035 le emissioni globali dovrebbero diminuire di circa il 35% per restare sotto i 2°C e del 55% per cercare di mantenere il limite di 1,5°C.

Un secondo limite riguarda la natura stessa dell'accordo. Sebbene sia giuridicamente vincolante, non prevede vere sanzioni nei confronti dei Paesi che non rispettano gli obiettivi dichiarati. Il sistema si basa soprattutto sulla cooperazione internazionale, sulla trasparenza e sulla pressione diplomatica esercitata dagli altri Stati.

Infine, le tecnologie necessarie per ridurre le emissioni esistono già: energie rinnovabili, mobilità elettrica ed efficienza energetica sono oggi sempre più diffuse. La vera sfida non è tecnologica, ma politica ed economica: servono investimenti, collaborazione internazionale e la volontà dei governi di rispettare gli impegni assunti.

Perché riguarda anche noi?

Potrebbe sembrare un accordo che interessa solo governi, ministri e organizzazioni internazionali. In realtà, le decisioni prese nell'ambito degli Accordi di Parigi influenzano sempre più la nostra quotidianità.

Le politiche climatiche incidono sul modo in cui produciamo energia, costruiamo le città, ci spostiamo e consumiamo. Incentivi per i pannelli solari, diffusione delle auto elettriche, riqualificazione energetica degli edifici e investimenti nelle energie rinnovabili sono tutti esempi di misure che derivano anche dagli obiettivi fissati dall'accordo.

Allo stesso tempo, gli effetti del cambiamento climatico sono sempre più evidenti. Ondate di calore record, incendi, alluvioni, siccità ed eventi meteorologici estremi stanno diventando più frequenti e intensi in molte parti del mondo, compresa l'Europa.

Gli Accordi di Parigi, quindi, non sono soltanto un documento firmato da quasi duecento Paesi. Sono il principale tentativo della comunità internazionale di affrontare una delle sfide più importanti del XXI secolo.

Gli Accordi di Parigi sono il principale accordo mondiale contro il cambiamento climatico. Ogni Stato si impegna a ridurre le proprie emissioni e a presentare periodicamente nuovi obiettivi climatici. Il loro limite principale è che non esistono sanzioni per chi non li rispetta. Nonostante questo, rappresentano ancora oggi il punto di riferimento della cooperazione internazionale sul clima e influenzano sempre di più le politiche che incidono sulla nostra vita quotidiana.

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Geopolitica

Il Canale di Suez: il passaggio che tiene in movimento l'economia mondiale

Spesso sentiamo parlare con preoccupazione del Canale di Suez, un tratto di mare apparentemente piccolo ma da cui passa una parte fondamentale del commercio mondiale. Ogni volta che il traffico marittimo viene rallentato o interrotto, governi e mercati entrano in allerta. Ma perché questo canale è così importante? E perché la sua sicurezza riguarda anche noi?

Cos'è il Canale di Suez?

Il Canale di Suez è una via navigabile artificiale situata in Egitto che collega il Mar Mediterraneo al Mar Rosso. Grazie a questo passaggio, le navi possono viaggiare tra Europa e Asia senza dover circumnavigare l'intero continente africano, riducendo di migliaia di chilometri il percorso e i tempi di navigazione. Senza il canale, infatti, le imbarcazioni sarebbero costrette a percorrere una rotta molto più lunga passando dal Capo di Buona Speranza, all'estremità meridionale dell'Africa.

Inaugurato nel 1869, il canale è oggi una delle infrastrutture più importanti del commercio mondiale. Ogni giorno centinaia di navi lo attraversano trasportando container, automobili, componenti elettronici, prodotti alimentari, petrolio e gas naturale. Per questo motivo è considerato uno dei principali "colli di bottiglia" del commercio internazionale: se il traffico si interrompe, le conseguenze si ripercuotono rapidamente sull'economia globale.

Nel corso della sua storia il Canale di Suez è stato ampliato più volte per permettere il passaggio di navi sempre più grandi. Ha però vissuto anche momenti di forte crisi. Nel 1956 fu al centro della Crisi di Suez, quando l'Egitto decise di nazionalizzarlo, mentre tra il 1967 e il 1975 rimase completamente chiuso a causa della guerra arabo-israeliana.

Più recentemente, nel 2021, il mondo si è reso conto ancora una volta della sua importanza quando la nave portacontainer Ever Given rimase incagliata, bloccando il canale per sei giorni e causando ritardi nel commercio internazionale. Ancora oggi il Canale di Suez continua a essere al centro della geopolitica mondiale: gli attacchi dei ribelli Houthi alle navi nel Mar Rosso hanno spinto molte compagnie a evitare questa rotta, aumentando tempi e costi dei trasporti.

Perché è così importante?

Il Canale di Suez è uno dei punti strategici più importanti del commercio mondiale. Collega il Mar Mediterraneo al Mar Rosso, creando la rotta marittima più breve tra Europa e Asia. Ogni giorno vi transitano navi che trasportano container, materie prime, componenti industriali, prodotti alimentari, petrolio e gas naturale liquefatto. Nel 2023 circa il 22% del commercio mondiale di container via mare è passato attraverso questo canale, rendendolo una delle rotte commerciali più importanti del pianeta.

Quando, a causa degli attacchi nel Mar Rosso, molte compagnie di navigazione hanno deciso di evitare questa rotta, le navi sono state costrette a circumnavigare l'Africa passando per il Capo di Buona Speranza. Questo significa percorrere migliaia di chilometri in più, con tempi di viaggio più lunghi, maggior consumo di carburante e costi di trasporto più elevati.

Le conseguenze non riguardano soltanto le compagnie di navigazione. Secondo l'UNCTAD, queste interruzioni possono rallentare le catene di approvvigionamento globali e influenzare settori come l'automotive, l'elettronica, l'alimentare e l'energia. In altre parole, un problema che nasce in un tratto di mare tra Africa e Medio Oriente può tradursi, anche a migliaia di chilometri di distanza, in ritardi nelle consegne, aumento dei prezzi e maggiore difficoltà nel reperire alcuni prodotti.

Cosa succede se si blocca?

L'importanza del Canale di Suez è emersa chiaramente nel marzo 2021, quando la Ever Given, una delle più grandi navi portacontainer al mondo, rimase incagliata a causa di forti venti e di un errore di manovra, bloccando completamente il traffico marittimo per sei giorni.

Le conseguenze furono immediate: oltre 400 navi rimasero in attesa di attraversare il canale, mentre miliardi di dollari di merci destinate ai mercati di tutto il mondo rimasero bloccati. Molte aziende subirono ritardi nelle consegne e alcune furono costrette a deviare le proprie rotte circumnavigando l'Africa, con un notevole aumento dei costi di trasporto e dei tempi di viaggio.

L'incidente della Ever Given dimostrò quanto il commercio mondiale dipenda da pochi punti strategici. È bastato il blocco di un singolo canale per rallentare le catene di approvvigionamento globali e influenzare l'economia di decine di Paesi.

Perché oggi è di nuovo al centro delle notizie?

Negli ultimi anni il Canale di Suez è tornato al centro dell'attenzione internazionale a causa delle tensioni nel Mar Rosso. Dopo lo scoppio della guerra tra Israele e Hamas nell'ottobre 2023, il movimento Houthi, che controlla ampie aree dello Yemen, ha iniziato a lanciare attacchi contro navi commerciali sostenendo di colpire imbarcazioni legate a Israele o ai suoi alleati. Di fronte a questi rischi, molte compagnie di navigazione hanno deciso di evitare il Mar Rosso e il Canale di Suez, scegliendo di circumnavigare l'Africa attraverso il Capo di Buona Speranza.

Questa deviazione comporta viaggi più lunghi, maggior consumo di carburante e un aumento dei costi di trasporto. Le conseguenze si riflettono sull'intera economia mondiale e possono arrivare fino a noi, attraverso rincari dei prezzi e ritardi nella consegna di molti prodotti.

Questa situazione dimostra come anche un gruppo armato non statale possa influenzare il commercio globale. Pur non controllando direttamente il Canale di Suez, gli Houthi sono in grado di minacciare le navi che attraversano il Mar Rosso, mettendo a rischio una delle rotte marittime più importanti del pianeta.

Perché riguarda anche noi?

Potrebbe sembrare una questione lontana, fatta di navi, porti e commercio internazionale. In realtà, ciò che accade nel Canale di Suez ha conseguenze dirette anche sulla nostra vita quotidiana. Quando il traffico marittimo rallenta o si interrompe, aumentano i costi del trasporto delle merci e dell'energia. Questo può tradursi in prezzi più alti del carburante, bollette più costose e rincari di molti prodotti che acquistiamo ogni giorno, dai generi alimentari ai dispositivi elettronici, fino ai vestiti e ai mobili.

Il Canale di Suez ci ricorda quanto il mondo sia oggi interconnesso: un evento che avviene a migliaia di chilometri di distanza può avere effetti concreti sul nostro portafoglio e sulle nostre abitudini quotidiane. Comprendere queste dinamiche significa capire meglio il mondo in cui viviamo e rendersi conto che la geopolitica non riguarda solo governi e conflitti, ma anche la vita di ciascuno di noi.

Perché tutti vogliono mantenerlo aperto?

Il Canale di Suez è molto più di una semplice infrastruttura: è uno dei principali snodi del commercio mondiale. Chi può garantirne la sicurezza, o influenzarne il funzionamento, acquisisce un importante vantaggio economico e geopolitico.

Per questo motivo numerosi attori internazionali hanno un forte interesse a mantenerlo aperto. L'Egitto, che ne detiene il controllo, ricava miliardi di dollari ogni anno dai pedaggi pagati dalle navi. Allo stesso tempo, Unione Europea, Stati Uniti, Cina e molte altre economie dipendono da questa rotta per l'importazione di energia, materie prime e prodotti provenienti dall'Asia.

Quando il Canale di Suez viene bloccato o diventa insicuro, non si interrompe soltanto il traffico marittimo: si mette a rischio una parte fondamentale dell'economia globale. È per questo che la sua sicurezza è considerata una priorità da molti Paesi e rappresenta ancora oggi uno dei temi più importanti della geopolitica mondiale.

Spesso immaginiamo la geopolitica come qualcosa di distante, fatta di mappe, guerre e leader mondiali. In realtà, basta il blocco di un canale lungo meno di 200 chilometri per rallentare il commercio globale e incidere sulla nostra quotidianità.

Il Canale di Suez ci insegna proprio questo: il mondo è molto più connesso di quanto immaginiamo. Dietro un semplice prodotto che acquistiamo, un pieno di benzina o un ordine online esiste una rete globale di rotte commerciali che attraversa questo piccolo tratto di mare. Capire perché il Canale di Suez è così importante significa comprendere che la geopolitica non riguarda solo ciò che accade tra gli Stati, ma anche la vita di tutti i giorni.

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Geopolitica

Albania: la "Rivoluzione dei Fenicotteri" che sta scuotendo i Balcani

Cosa sta succedendo

Da fine maggio 2026, l'Albania e lo scenario della piu grande ondata di proteste civili dalla caduta del comunismo. Centinaia di migliaia di cittadini, guidati dai ragazzi della Generazione Z e dai Millennial, stanno invadendo ogni notte le strade della capitale Tirana. Nelle piazze sventolano bandiere e compaiono enormi cartelloni e gonfiabili di fenicotteri rosa. Questo animale e diventato il simbolo della rivolta, chiamata dai cittadini "Rivoluzione dei Fenicotteri".

Tutto e iniziato nel sud del Paese, nel villaggio costiero di Zvernec, situato all'interno della riserva protetta che racchiude la Laguna di Narta e la foce del fiume Vjosa. Il governo ha dato il via libera a un mega resort turistico di lusso da 5 miliardi di euro. Il progetto prevede la costruzione di oltre 10.000 stanze d'albergo, ville e un porticciolo privato.

Il problema e che questa costruzione di cemento colpira un'oasi naturale incontaminata: la laguna di Narta. In questa area trovano rifugio specie protette e a rischio estinzione, come le foche monache, le tartarughe marine e centinaia di uccelli migratori.

La rabbia locale e diventata una rivolta nazionale il 30 maggio 2026. Quel giorno, la sicurezza privata del cantiere ha aggredito un manifestante a Zvernec trascinandolo per terra mentre la polizia di Stato rimaneva a guardare. Il video del pestaggio e diventato virale sui social, accendendo la miccia delle proteste.

Contesto

Per capire come si sia arrivati a una simile esplosione di rabbia, bisogna analizzare gli ultimi anni di politica albanese. Il Primo Ministro socialista Edi Rama e al potere dal 2013 e ha da poco ottenuto il suo quarto mandato. Negli anni, il suo governo ha puntato tutto su un modello di crescita basato sul turismo di massa, trasformando il volto delle citta con grattacieli e grandi complessi residenziali.

Prima di annunciare l'affare del resort, il governo ha modificato la legge nazionale sulle aree protette. La legge principale che regola le aree protette in Albania e la Legge n. 81/2017. Tuttavia, nel febbraio 2024 sono stati approvati emendamenti molto controversi tramite la Legge n. 21/2024.

La nuova norma introduce una deroga automatica che scavalca i vecchi divieti: all'interno delle aree protette e sempre consentita la costruzione di strutture ricettive a 5 stelle o superiori e delle relative infrastrutture di supporto, come strade e condotte. Questo significa che i vecchi vincoli territoriali decadono automaticamente di fronte a un grande hotel di lusso.

I cittadini e le associazioni ambientaliste accusano il governo di totale mancanza di trasparenza. Oltre a questo avvenimento, Edi Rama ha venduto i terreni dell'isola di Sazan attraverso un accordo privato da 1,4 miliardi di euro, di cui l'opinione pubblica e gli stessi parlamentari erano all'oscuro. Questa vicenda ha portato alla luce un profondo dissenso sociale legato alla corruzione sistemica e alla totale assenza di dibattito pubblico.

Analisi geopolitica

Dietro a questo investimento si trova un intreccio geopolitico ed economico internazionale. Il volto principale dell'operazione e Jared Kushner, investitore americano e genero del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Il governo albanese ha concesso al progetto lo status di "Investimento strategico", ma l'operazione e opaca: i lavori sono gestiti da una societa registrata nei Paesi Bassi, mentre i fondi provengono in gran parte dal fondo sovrano saudita e da due potenti fratelli miliardari del Qatar, a capo della Power International Holding.

Mentre il premier Rama difende l'investimento dicendo che i soldi degli stranieri sono una priorita per lo sviluppo, la piazza denuncia un enorme conflitto di interessi.

Diritti umani

La "Rivoluzione dei Fenicotteri" non e solo una protesta ambientalista, ma tocca i diritti civili ed economici della popolazione. Sulla costa, i residenti denunciano la violazione del diritto alla proprieta privata perche molti terreni destinati al resort appartengono storicamente alle famiglie locali, che lottano contro i passaggi di proprieta basati su documenti contraffatti.

Nelle citta, la risposta dello Stato al dissenso e diventata durissima. Per proteggere i palazzi del governo, la polizia e i reparti speciali hanno usato una forza massiccia: gas lacrimogeni, idranti e spray al peperoncino contro i manifestanti, tra i quali bambini piccoli. Durante i violenti scontri e pestaggi avvenuti davanti al Parlamento a Tirana, la Polizia di Stato albanese ha ufficialmente fermato 18 persone, con il numero degli arresti formali salito a 13 manifestanti.

A questo si aggiunge il fenomeno del "media capture", ovvero il controllo sui mezzi di informazione. I principali canali televisivi nazionali minimizzano l'ampiezza delle piazze e amplificano le dichiarazioni del premier, che accusa i manifestanti di essere manipolati da "interessi stranieri" o di combattere una "guerra ibrida". Per superare questo muro di censura, i giovani si sono organizzati sui social media, usando meme, live streaming su Instagram e TikTok per mostrare al mondo cio che sta realmente accadendo.

Possibili conseguenze

Questo scontro frontale rischia di distruggere il cammino dell'Albania verso l'adesione all'Unione Europea. La Commissione europea ha inviato un monito ufficiale a Tirana ricordando che il percorso di adesione all'Unione Europea e in serio pericolo. Il Parlamento Europeo ha gia approvato una risoluzione che chiede il blocco immediato dei cantieri nelle zone protette e l'abolizione delle leggi speciali per gli investitori privati.

Nel frattempo, la situazione politica interna sta precipitando. La SPAK, Procura speciale della Repubblica d'Albania contro la corruzione e la criminalita organizzata, ha aperto un fascicolo d'indagine sulle leggi ambientali modificate dal governo e sui passaggi di proprieta dei terreni.

Inoltre, la deputata piu giovane del Parlamento albanese, la venticinquenne Marjana Koceku, ha abbandonato la maggioranza per schierarsi apertamente con i ragazzi in piazza, denunciando una crisi di legittimita morale del premier.

In parole povere

Il primo ministro dell'Albania ha cambiato le leggi sull'ambiente per permettere al genero di Donald Trump e ai miliardari del Qatar di costruire un gigantesco resort di lusso su un'isola disabitata e in una laguna protetta. Questo progetto cancellerebbe un paradiso naturale dove vivono animali rari come foche e fenicotteri.

I giovani e i cittadini sono insorti manifestando in piazza per difendere la natura e dire basta alla corruzione e agli accordi segreti del governo. La risposta violenta della polizia ha trasformato una protesta ecologista in una vera rivolta nazionale per la democrazia, la corruzione, la situazione attuale e il futuro europeo del Paese.

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Geopolitica

La politica estera di Trump: caos o strategia?

"In tutto ciò che facciamo, mettiamo l'America al primo posto." La Casa Bianca, novembre 2025

Da quando è tornato alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dominato i titoli della stampa internazionale. I cambiamenti politici a Washington hanno contribuito a determinare molti dei principali eventi internazionali di oggi.

Le recenti e inattese svolte degli Stati Uniti sono state accolte da alleati e avversari in tutto il mondo con confusione, apprensione, soddisfazione o timore, mentre il presidente rompe con numerose convenzioni non solo della diplomazia americana, ma anche delle norme internazionali.

Nuovi dazi, operazioni militari, dispute con gli alleati e mosse diplomatiche non convenzionali hanno dato origine a una domanda ricorrente: la politica estera americana sta diventando sempre più caotica oppure esiste una strategia coerente dietro queste decisioni?

Questo articolo si propone di rispondere a questa domanda.

L'approccio tradizionale degli Stati Uniti

Dopo la Seconda guerra mondiale, la politica estera statunitense ha generalmente posto l'accento sulle alleanze, sul libero scambio, sulle istituzioni internazionali e sulla leadership globale. Sebbene presidenti e amministrazioni si siano succeduti nel corso dei cicli elettorali, con stili e priorità differenti, è sempre esistita un'ampia continuità bipartisan riguardo al ruolo internazionale degli Stati Uniti.

Tuttavia, con il secondo mandato di Trump, tutto ciò è cambiato.

Che cosa rende Trump diverso?

Trump ha assunto la presidenza facendo campagna elettorale attorno a una promessa potente, racchiusa in due sole parole: "America First".

La Strategia per la Sicurezza Nazionale (National Security Strategy, NSS) della Casa Bianca, pubblicata nel novembre 2025, è il documento che definisce gli obiettivi dell'amministrazione. In sostanza, spiega in modo chiaro quale sia la politica estera di Trump. E nulla la riassume meglio del seguente passaggio:

"Lo scopo della politica estera è la tutela degli interessi nazionali fondamentali; questo è l'unico obiettivo di questa strategia."

Al centro dell'approccio dell'amministrazione vi è il principio di "America First", ossia la convinzione che la politica estera debba perseguire innanzitutto gli interessi degli Stati Uniti. Ciò significa che, in tutte le sue azioni, negoziazioni e cambiamenti di politica, Trump opera attraverso questa unica visione del mondo, valutando alleanze, rapporti commerciali e impegni militari principalmente in base ai benefici diretti che apportano agli Stati Uniti.

Perché questo approccio appare imprevedibile?

La diplomazia della recente amministrazione Trump ha messo pienamente in luce il suo carattere transazionale, trattando le relazioni internazionali principalmente come uno scambio di benefici concreti. Mentre una lunga serie di presidenti statunitensi aveva fatto affidamento su un sistema costruito gradualmente nel tempo per gestire i rapporti con gli altri Paesi, l'amministrazione Trump sembra seguire, in quasi ogni importante decisione diplomatica, la visione personale e transazionale del presidente, privilegiando gli individui rispetto ai governi e i rapporti personali rispetto alle partnership formali.

Le alleanze e le relazioni internazionali vengono interpretate in termini di costi e benefici concreti, mettendo costantemente in discussione se producano vantaggi tangibili per gli Stati Uniti. Più in generale, gli alleati e i partner dell'America vengono considerati un peso netto e giudicati soprattutto in base a quanto spendono per la difesa. Inoltre, sul piano internazionale, l'amministrazione ha attribuito molta meno importanza alle istituzioni multilaterali rispetto alle presidenze precedenti.

Ad esempio, Trump ha più volte minacciato di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO e ne ha messo in dubbio il valore, facendo pressione sugli alleati europei affinché destinassero il 5% del proprio PIL alla spesa per la difesa. Questo riflette la sua convinzione che le alleanze debbano offrire benefici chiari e misurabili agli Stati Uniti.

Un altro esempio riguarda il suo approccio all'economia e i dazi imposti a livello globale nell'aprile 2025. Tali misure miravano a "riequilibrare" i rapporti commerciali con i Paesi nei confronti dei quali gli Stati Uniti registravano un deficit commerciale, riflettendo la più ampia disponibilità dell'amministrazione a utilizzare il peso economico americano come leva negoziale. I sostenitori hanno sostenuto che questa strategia abbia rafforzato il potere negoziale degli Stati Uniti, mentre i critici hanno avvertito che abbia aumentato i prezzi per i consumatori e generato maggiore incertezza nei mercati globali.

Infine, sebbene la politica estera di Trump abbia interessato diverse aree del mondo, essa è rimasta coerente nel fare affidamento sull'uso della forza. Ha catturato il leader del Venezuela rivendicando al contempo il controllo del petrolio del Paese e attaccando imbarcazioni civili nelle vicinanze. Ha spinto Cuba verso una crisi umanitaria attraverso un blocco navale e ha rivendicato un diritto di controllo sul Canada, la Groenlandia e il Canale di Panama. Inoltre, dopo gli attacchi dello scorso giugno, ha rilanciato una campagna di bombardamenti contro l'Iran.

Nel loro insieme, queste azioni riflettono la disponibilità dell'amministrazione a ricorrere alla forza per perseguire gli obiettivi nazionali, rafforzando la propria enfasi sulla deterrenza e sulla potenza militare.

Imprevedibilità come strategia

Tuttavia, anche l'imprevedibilità può rappresentare una strategia. Come strumento di politica estera, essa può conferire maggiore leva negoziale e flessibilità. Nell'amministrazione Trump si è manifestata attraverso modalità di comunicazione non convenzionali e una disponibilità a modificare rapidamente posizione. Nella NSS del novembre 2025 questo approccio viene definito "realismo flessibile".

Tra i risultati concreti rivendicati figurano il rafforzamento della NATO, una maggiore sicurezza alle frontiere, il ritorno della produzione manifatturiera negli Stati Uniti e il consolidamento delle catene di approvvigionamento. La dottrina della "pace attraverso la forza", unita alla disponibilità a ricorrere alla forza militare, è coerente con la visione di Trump del ruolo primario degli Stati Uniti nel mondo.

Tuttavia, mentre la tradizionale continuità bipartisan continuava a presentare gli Stati Uniti come promotori della democrazia e dei diritti umani, queste aspettative sono state notevolmente ridimensionate dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Al loro posto, la NSS pone l'accento sulla vittoria della competizione tecnologica ed economica e sulla necessità di impedire che potenze rivali dominino regioni strategiche.

In definitiva, nella politica estera, "America First" si fonda soprattutto sulla convinzione che l'ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale, nel quale gli Stati Uniti hanno investito enormi risorse per mantenere uno stretto rapporto transatlantico e competere militarmente con le potenze rivali, sia stato svantaggioso per l'America, e che difendere gli interessi nazionali significhi ridurre gli impegni all'estero e concentrare maggiormente le risorse sul Paese. Coerentemente con questa impostazione, la NSS del 2025 propone una definizione più circoscritta dell'interesse nazionale.

Le contraddizioni della dottrina

Tuttavia, sono emerse anche contraddizioni tra le azioni e la retorica di Trump. Sebbene la NSS lo definisca "il Presidente della Pace", egli ha ordinato operazioni militari contro trafficanti di droga civili nei Caraibi, avviato una campagna di cambio di regime in Venezuela e iniziato campagne di bombardamenti contro l'Iran. I critici sostengono che queste posizioni generino tensioni e contraddizioni all'interno della strategia, mentre i sostenitori le interpretano come risposte pragmatiche a un panorama geopolitico in continua evoluzione.

Nell'ultimo anno e mezzo, "America First" ha rappresentato di fatto un ritorno alla priorità degli interessi nazionali statunitensi, ma spesso a scapito di quelli di altri Paesi. Quando gli Stati Uniti spingono eccessivamente sulla propria posizione, gli altri Stati tendono ad adattarsi, riducendo la propria dipendenza da Washington e, di conseguenza, anche la leva strategica americana nel lungo periodo. Questi sviluppi hanno spinto alleati e partner a riconsiderare alcuni aspetti delle proprie relazioni strategiche ed economiche con gli Stati Uniti.

In conclusione, molti analisti ritengono che l'imprevedibilità di Trump abbia prodotto soprattutto insicurezza, una riduzione della fiducia negli Stati Uniti e una maggiore instabilità nell'economia politica mondiale.

Conclusione

Resta oggetto di dibattito se l'approccio di Trump sia destinato a rivelarsi efficace. Ciò che appare sempre più chiaro, tuttavia, è che le azioni della sua seconda amministrazione sono meglio comprese come l'espressione di una precisa visione strategica del mondo, piuttosto che come una semplice serie di decisioni isolate. Comprendere questa visione è il primo passo per comprendere il ruolo dell'amministrazione nell'attuale politica internazionale.

Ma perché un cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti è così importante per il resto del mondo? La risposta comincia dalla comprensione della posizione unica che gli Stati Uniti occupano nel sistema internazionale.

La risposta sarà approfondita nel prossimo articolo: "Perché il mondo si interessa così tanto della politica estera degli Stati Uniti?". In esso verranno spiegati concetti fondamentali delle relazioni internazionali, come egemonia, hard power e legittimità, attraverso un'analisi dell'ascesa della potenza americana e delle ragioni per cui, ancora oggi, alleati e rivali osservano Washington con tanta attenzione.

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Geopolitica

Gli Stati Uniti: una potenza globale in "declino"?

"Siamo il Paese più forte e più potente della Terra." Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, luglio 2026

Per decenni, gli Stati Uniti hanno dominato il mondo. Con la più grande economia del pianeta, capacità militari senza eguali e un ruolo centrale nelle istituzioni internazionali, nessun rivale ha potuto eguagliare la loro influenza globale dalla Seconda guerra mondiale.

Oggi, tuttavia, il mondo appare sempre più diverso. I titoli dei giornali parlano dell'ascesa della Cina, dei pericoli della Russia, di guerre che Washington fatica a risolvere e di alleati che iniziano a distanziarsi dall'America. Sebbene Donald Trump sia ben lontano dall'essere il primo presidente americano ad affermare la supremazia degli Stati Uniti, seguendo una lunga tradizione di amministrazioni che hanno enfatizzato la leadership americana, inizia a emergere una domanda significativa: "Gli Stati Uniti sono una potenza globale in declino?"

Potenza globale ed egemonia

"L'America non può risolvere da sola i problemi più urgenti, e il mondo non può risolverli senza l'America. Dobbiamo usare quello che è stato definito smart power, l'intera gamma degli strumenti a nostra disposizione." Segretario di Stato degli Stati Uniti Hillary Clinton, 2009

Per comprendere che cosa renda uno Stato una potenza globale, dobbiamo innanzitutto capire cosa significhi il concetto stesso di potere. Come definito dall'influente politologo Joseph S. Nye Jr., "il potere è la capacità di influenzare il comportamento degli altri per ottenere ciò che si desidera".

Gli studiosi di scienze politiche distinguono generalmente due dimensioni principali: l'hard power, ossia l'impiego della coercizione, come la forza militare o le sanzioni economiche, e il soft power, cioè la capacità di ottenere i risultati desiderati attraverso l'attrazione, la cultura, i valori e la diplomazia. Lo smart power combina questi due strumenti in base alle esigenze di una determinata situazione. Tuttavia, poiché il potere possiede molteplici dimensioni, valutarlo è raramente un'operazione semplice.

Per ottant'anni gli Stati Uniti non solo hanno detenuto un hard power e un soft power senza rivali, ma hanno anche fatto ricorso allo smart power. Hanno investito nelle alleanze e offerto garanzie di sicurezza, promettendo di difendere gli alleati in Europa e nell'Indo-Pacifico in caso di aggressione. Questi impegni hanno ampliato la loro portata militare ed economica, rafforzando al contempo i legami diplomatici ed economici.

Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo centrale in organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, riconoscendo il valore delle istituzioni che facilitano la cooperazione, contribuendo al tempo stesso in misura significativa alla definizione delle norme globali: quelle regole e aspettative informali che plasmano il comportamento degli Stati. Hanno inoltre destinato ogni anno miliardi di dollari agli aiuti esteri e si sono costantemente presentati come promotori della democrazia e dei diritti umani nel mondo, consolidando ulteriormente la propria reputazione globale di partner fondato su valori condivisi.

Sebbene queste politiche fossero motivate in larga misura da interessi nazionali, esse hanno anche prodotto benefici sia per gli Stati Uniti sia per molti dei loro partner. Hanno rafforzato il potere americano contribuendo contemporaneamente all'espansione del commercio internazionale, alla creazione di alleanze vantaggiose e al rafforzamento delle istituzioni globali.

Gli Stati Uniti sono così diventati ciò che i politologi definiscono un'egemonia globale: uno Stato dotato di una potenza militare senza pari, di una centralità economica e di una rete impareggiabile di alleanze, relazioni commerciali e diplomazia, tanto influente da plasmare le regole, le istituzioni e il comportamento del sistema internazionale più di qualsiasi altro Paese.

Oggi, tuttavia, un contesto internazionale sempre più competitivo mette in discussione la reale portata del potere americano. Se fenomeni di lungo periodo, quali la globalizzazione, lo sviluppo delle piccole e medie potenze e l'ascesa della Cina, hanno progressivamente allontanato il sistema internazionale dall'unipolarismo successivo alla Guerra Fredda verso una distribuzione del potere sempre più multipolare, sono probabilmente le scelte di politica estera della seconda amministrazione Trump ad aver intensificato il dibattito sul presunto declino dell'influenza americana.

Come è cambiato il potere degli Stati Uniti

Declino non significa necessariamente indebolimento. Nella politica internazionale, uno Stato può sperimentare un declino relativo pur continuando a rafforzarsi in termini assoluti, qualora altri Paesi crescano più rapidamente o acquisiscano maggiore influenza.

Gli Stati Uniti continuano a dominare sul piano militare ed economico. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, nel 2025 la loro spesa militare ha raggiunto i 954 miliardi di dollari, pari a circa un terzo dell'intera spesa militare mondiale. Essi restano inoltre la maggiore economia del mondo, con un PIL che, secondo la Banca Mondiale, ammonta a 30,77 trilioni di dollari: circa 12 trilioni in più rispetto alla Cina, seconda in classifica, e 27 trilioni in più rispetto alla Germania, terza. Anche nel settore tecnologico gli Stati Uniti mantengono la leadership mondiale nella ricerca sull'intelligenza artificiale, con investimenti pari a 285,9 miliardi di dollari nel 2025, secondo lo Stanford AI Index Report.

Tuttavia, non è del tutto infondato mettere in discussione il ruolo guida dell'America in altri settori. Il Global Soft Power Index del 2026 di Brand Finance mostra che gli Stati Uniti conservano il primo posto, ma stanno subendo una significativa erosione del proprio soft power nella maggior parte delle categorie analizzate.

Il rapporto attribuisce gran parte di questo declino alle percezioni legate alle politiche del Presidente Donald Trump, registrando i cali più marcati in criteri quali le buone relazioni con gli altri Paesi, la generosità, l'affidabilità, il rispetto del diritto e dei diritti umani e il sostegno all'azione contro il cambiamento climatico, segnando il più forte peggioramento annuale tra tutti i 193 Paesi presi in esame.

Mentre il soft power americano si indebolisce, la Cina consolida la propria seconda posizione nell'indice, riducendo il divario con gli Stati Uniti a meno di 1,5 punti. Inoltre, secondo il Pew Research Center, dal 2025, in seguito al ritorno di Trump alla Casa Bianca, la Cina gode ormai di una percezione più positiva ed è considerata più affidabile degli Stati Uniti nella maggior parte dei Paesi del mondo. Nel loro insieme, l'erosione del soft power americano e il miglioramento della reputazione internazionale della Cina hanno quindi alimentato il dibattito sulla continuità della leadership statunitense.

La fine dell'unipolarismo

Durante l'era unipolare americana, sia i responsabili del Partito Democratico che quelli del Partito Repubblicano ritenevano che utilizzare il potere degli Stati Uniti per costruire quello che sarebbe poi stato definito l'ordine internazionale liberale, un sistema fondato sul libero scambio, sulle istituzioni internazionali, sulle alleanze e su un insieme di regole ampiamente condivise tra gli Stati, fosse vantaggioso sia per gli Stati Uniti sia per il resto del mondo.

Non esitavano a utilizzare gli strumenti di potere a loro disposizione per promuovere gli interessi americani, anche attraverso interventi militari e pressioni economiche, ma tali politiche miravano generalmente a preservare le alleanze di lungo periodo e il più ampio ordine internazionale che gli Stati Uniti avevano contribuito a creare.

Invece, i critici di Trump sostengono che, sotto la sua amministrazione, gli Stati Uniti abbiano assunto un comportamento sempre più predatorio, sfruttando la propria posizione dominante nell'economia mondiale per ottenere concessioni sia dagli alleati sia dagli avversari, perseguendo vantaggi di breve termine a discapito di obiettivi strategici più ampi.

Altri, invece, ritengono che l'approccio di Trump rappresenti un cambiamento strategico pragmatico e necessario, che privilegia una maggiore condivisione degli oneri tra gli alleati, il ricorso alla leva economica e una politica estera più transazionale rispetto al mantenimento dei tradizionali impegni americani all'estero.

Considerate le ancora considerevoli risorse e i vantaggi geografici degli Stati Uniti, questo nuovo modo di concepire la politica estera americana potrebbe funzionare per un certo periodo. I critici sostengono, tuttavia, che tale approccio sia meno adatto a un mondo sempre più multipolare, nel quale il potere è distribuito tra più Stati anziché concentrato in uno solo.

La Cina è emersa come il principale concorrente economico degli Stati Uniti e mette sempre più in discussione la loro influenza militare. Nel frattempo, le piccole e medie potenze dispongono di strumenti per ridurre la propria dipendenza dagli Stati Uniti e diversificare le proprie opzioni su scala globale.

Se in passato si esprimevano già preoccupazioni riguardo a un possibile eccesso di estensione del potere americano, tali timori si sono oggi notevolmente diffusi, poiché i critici sostengono che l'approccio di Trump rischi di indebolire le reti di potere e influenza sulle quali gli Stati Uniti hanno fatto affidamento per lungo tempo, nonché i benefici derivanti dalla posizione dominante che hanno occupato nell'ordine internazionale fino a oggi.

Per il momento, gli Stati Uniti continuano a essere il singolo Stato più potente del sistema internazionale; tuttavia, la realtà geopolitica odierna suggerisce sempre più chiaramente che essi non godano più di una supremazia schiacciante.

Conclusione

Stabilire se l'America sia realmente in declino o stia semplicemente adattandosi rappresenta uno dei dibattiti geopolitici più significativi della nostra epoca. Ciò che appare chiaro, tuttavia, è che Washington deve ormai competere per l'influenza sulla scena geopolitica in modi che raramente le erano stati necessari dopo la Guerra Fredda.

Per alleati, rivali e Stati minori, questo mutato equilibrio di potere sta ridefinendo le scelte che si trovano ad affrontare e, forse, lo stesso ordine internazionale.

Weekly

La settimana in quattro punti

La Weekly sarà pubblicata ogni domenica a partire da agosto.

  1. Crisi diplomatiche Resoconto delle principali crisi internazionali della settimana: cosa è successo, chi sono gli attori coinvolti e quali sviluppi osservare.
  2. Diritti umani Una storia dal mondo reale legata ai diritti umani per capire l'impatto umano degli eventi globali.
  3. Cultura Approfondimenti su immagini, simboli, media e memoria collettiva per leggere la società contemporanea.
  4. Agenda Date importanti, forum internazionali, eventi e letture consigliate della settimana.
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I media influenzano il modo in cui vediamo crisi, culture e identità. Analizziamo immagini, narrazioni e simboli che formano opinioni e rendono visibili i grandi cambiamenti globali.

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L’ALTRA PARTE DELLA MEDAGLIA

Per tutti gli amanti di abiti da sera e design scenografici, tenetevi stretti alla sedia perché questo mondo di luci e tessuti ci mostra ancora una volta il suo vero volto.

Quando la moda sta in mano a chi di questo mondo nulla sa, le conseguenze sono a dir poco disastrose.

Al centro del ciclone ci sono proprio i volti del tycoon Jeff Bezos e della moglie Lauren Sanchez, reduci da un ruolo onorario in uno degli eventi più iconici della stagione.

La loro posizione di co-chair onorari del gala nasconde un significato più profondo, soprattutto se si pensa agli ingenti fondi depositati da mani non sempre adoperate a fin di bene.

Le donazioni registrate hanno raggiunto numeri da record in una delle edizioni del Met considerate tra le più floride in tutta la storia della moda. Circa 10 milioni di dollari sono stati raccolti, assieme a critiche e schiamazzi, non provenienti da quel mondo tanto lussuoso, ma da una realtà dove il problema principale non è di certo che vestito di haute couture indossare.

Numerosi sono i gruppi di attivisti che in questa stagione si sono fatti spazio tra spintoni e urla per poter far arrivare la loro voce a queste persone di un mondo tanto distante quanto utopico, che pare vivano in una bolla, non coscienti della realtà che li circonda.

Gruppi attivisti come “Everyone Hates Elon”, masse di dipendenti Amazon e altre sigle sindacali hanno riscritto le sorti di quella “Grande Mela”, patria del capitalismo.

Numerosi quartieri di New York sono stati tappezzati da manifesti con slogan di ogni tipo, tra scritte come “Boycott the Bezos Met Gala” e veri e propri atti al fine di provocare e denunciare il totale disinteresse da parte di Bezos verso il fulcro di tutta la sua economia: i suoi dipendenti.

Nei giorni prima dell’evento sono state posizionate ai piedi del museo numerose bottiglie di un colore giallastro simile all’urina; si è trattato di un riferimento puramente simbolico e provocatorio alle storiche accuse e inchieste giornalistiche sulle dure condizioni di lavoro nei magazzini Amazon, dove i dipendenti sarebbero talvolta costretti a non fare pause bagno per rispettare i rigidi ritmi di produzione.

D’altro canto, un particolare evento, assieme al Met, è entrato nel mirino della critica globale: si sta parlando di un fenomeno di protesta eclatante riconosciuto come “Ball Without Billionaires”.

Ci indirizziamo al cuore pulsante di questa critica: un ballo organizzato solo dalla presenza di gruppi sindacali quali l’Amazon Labor Union e la Service Employees International Union (SEIU), che, senza una Valentino o un DG, hanno comunque deciso di sfilare in una passerella di moda alternativa tenuta a Gansevoort Plaza, New York, ribaltando il tema “fashion is art” in un qualcosa di molto più simbolico, promuovendo il tema “Labour is art”.

Tra i modelli non immaginatevi grandi nomi, ma persone vere e mosse dal sacrificio e dalla brama di essere riconosciute: parliamo di lavoratori dei grandi magazzini Amazon uniti a ex dipendenti di grandi marchi, come Whole Foods, Washington Post e Starbucks.

Si è parlato quindi di un evento di grande risonanza dove lavoratori di ogni genere hanno sfilato e ballato su una passerella improvvisata, sfoggiando outfit di designer locali, promuovendo con poster e schiamazzi del pubblico l’idea che in quella giornata l’unica cosa da dover celebrare era e sarà sempre il sacrificio di persone umili e piegate dalla vita, che lottano per essere riconosciute per il loro lavoro, il vero protagonista che si cela dietro a quella maschera di ipocrisia, ancora una volta accessorio onnipresente indossato dalla nuda e cruda moda.

Di sicuro il pensiero degli attivisti è rivolto a una sola persona: Jeff Bezos, una figura centrale nel determinare le regole del mondo, ma sicuramente non interessata a questo mondo di marchi e artigianato.

Qui riportiamo le parole di un portavoce del movimento “Everyone Hates Elon”: “Sta usando il Met Gala e Vogue per comprare influenza e apparire cool. Non è cool come tratta i suoi lavoratori, e non è così cool come si avvicina a Trump.”

Parole forti da riferire a un colosso come Bezos, ma sicuramente ci fanno riflettere sul vero motivo del perché di questa improvvisa partecipazione a un evento così lontano dai suoi interessi.

Non è dunque un caso che numerose celebrities, tra cui il sindaco di New York Zohran Mamdani, abbiano rifiutato un invito tanto atteso, dimostrando ancora una volta la loro posizione solida nei confronti della politica attuale, lanciando messaggi importanti per tutti noi fan e facendoci riflettere sul sistema.

Team

Le persone dietro CiviOn

Siamo cinque ragazzi provenienti da Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, accomunati dalla stessa idea: non limitarci a osservare il mondo, ma esserne protagonisti.

Da percorsi, esperienze e realtà diverse nasce CiviOn, uno spazio creato dai giovani per i giovani, dove informazione, cultura e partecipazione si incontrano per comprendere meglio la società che ci circonda e contribuire a cambiarla.

Founder

Giuliana Fossati

Co-founder

Trellia Dolino Flores

Co-founder

Alisia Basha

Co-founder

Giulia Corso

Co-founder

Biagio Carrella

Dictionary

Parole per orientarsi

Dazio

Una tassa su un prodotto che arriva dall’estero. Serve a rendere quel prodotto più costoso e proteggere le aziende nazionali.

Sanzioni

Misure economiche o politiche usate per fare pressione su uno Stato, per esempio bloccando commercio, banche o viaggi.

Veto

Il potere di bloccare una decisione. Nell’ONU, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza possono usarlo per fermare una risoluzione.

Diritto di veto

Potere di bloccare una decisione. All’ONU lo hanno Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia nel Consiglio di Sicurezza.

Sovranità

Il potere di uno Stato di decidere da solo dentro i propri confini, senza interferenze esterne.

Stato sovrano

Uno Stato che ha il controllo del proprio territorio e prende decisioni senza dipendere formalmente da un altro Paese.

Embargo

Divieto o forte limitazione del commercio con un Paese.

Cessate il fuoco

Accordo per fermare temporaneamente i combattimenti. Non significa necessariamente pace.

Accordo di pace

Intesa che cerca di concludere ufficialmente un conflitto.

Corridoio umanitario

Percorso sicuro creato per far uscire civili da una zona di guerra o far entrare aiuti come cibo e medicine.

Crimini di guerra

Violazioni gravi delle regole della guerra, come colpire civili, torturare prigionieri o attaccare ospedali.

Peacekeeping

Missioni ONU per mantenere la pace dopo o durante un conflitto. I caschi blu non sono un esercito offensivo.

Milizia

Una milizia è un gruppo armato organizzato che opera al di fuori delle forze armate regolari di uno Stato oppure in loro supporto. Può essere composta da volontari o da civili reclutati e può agire con o senza il riconoscimento del governo.

Le milizie possono svolgere funzioni di difesa locale, controllo del territorio o partecipare a conflitti armati. Alcune collaborano con gli Stati, altre vi si oppongono.

Da non confondere con: esercito, gruppo armato.

Organizzazione terroristica

Un'organizzazione terroristica è un gruppo che utilizza o minaccia l'uso della violenza contro civili o altri obiettivi per intimidire una popolazione o influenzare decisioni politiche, religiose o ideologiche.

Non esiste una definizione universale condivisa da tutti gli Stati e dalle Nazioni Unite. Per questo motivo, la classificazione di un'organizzazione come "terroristica" può variare a seconda della legislazione nazionale o delle liste adottate da organizzazioni come l'Unione europea o gli Stati Uniti.

Attenzione: il termine ha un significato giuridico e politico, non solo descrittivo.

Gruppo armato

Un gruppo armato è un'organizzazione che possiede armi e partecipa a un conflitto senza appartenere alle forze armate regolari di uno Stato.

I gruppi armati possono avere obiettivi politici, etnici, religiosi o economici. Alcuni controllano territori, altri combattono contro governi o contro altri gruppi.

Non tutti i gruppi armati sono considerati organizzazioni terroristiche.

Esercito

L'esercito è una delle componenti delle forze armate di uno Stato ed è responsabile della difesa del territorio nazionale e della sicurezza secondo quanto previsto dalla legge.

A differenza delle milizie e dei gruppi armati, l'esercito opera sotto il comando delle istituzioni statali ed è soggetto al diritto nazionale e internazionale.

Rifugiato

Una persona costretta a lasciare il proprio Paese per guerra, persecuzione o violenze.

Migrante

Una persona che si sposta da un Paese a un altro, spesso per lavoro, studio o condizioni di vita migliori.

Sfollato interno

Persona costretta a lasciare casa ma che resta dentro il proprio Paese.

Migrazione forzata

La migrazione forzata è lo spostamento di persone che sono costrette a lasciare la propria casa a causa di guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, violenze, disastri naturali o cambiamenti climatici.

Chi migra forzatamente può spostarsi all'interno del proprio Paese, diventando sfollato interno, oppure attraversare un confine internazionale, diventando in alcuni casi rifugiato o richiedente asilo, se soddisfa i requisiti previsti dal diritto internazionale.

Da non confondere con: migrazione volontaria, rifugiato, richiedente asilo.

Crisi migratoria

Situazione in cui molte persone si spostano rapidamente a causa di guerre, povertà, persecuzioni o disastri.

Soft power

Il potere di influenzare altri Paesi attraverso cultura, economia, media o diplomazia, senza usare la forza militare.

Hard power

Il potere basato su forza militare, sanzioni o pressione economica.

Multilateralismo

Quando più Stati collaborano insieme per risolvere problemi comuni.

Diritto internazionale

L’insieme di regole che gli Stati dovrebbero rispettare nei rapporti tra loro.

Trattato

Accordo scritto tra Stati. Può riguardare pace, commercio, ambiente, armi o diritti.

Ratifica

Il momento in cui uno Stato approva ufficialmente un trattato e accetta di rispettarlo.

Risoluzione

Decisione o dichiarazione adottata da un’organizzazione internazionale, come l’ONU.

Sanzioni economiche

Misure usate per colpire l’economia di un Paese, ad esempio bloccando banche, commercio o esportazioni.

Diplomazia

Il modo in cui gli Stati parlano e negoziano tra loro per evitare conflitti o trovare accordi.

Mediazione

Quando una terza parte aiuta due Paesi o gruppi in conflitto a trovare un accordo.

Escalation

Quando una crisi peggiora e diventa più grave, per esempio passando da tensione politica a guerra.

Coalizione

Gruppo di Stati che collaborano per un obiettivo comune, spesso militare o politico.

Alleanza

Accordo stabile tra Stati che si sostengono a vicenda.

Egemonia

Quando uno Stato ha un’influenza molto forte sugli altri, senza controllarli direttamente.

Interesse nazionale

Ciò che uno Stato considera importante per la propria sicurezza, economia o potere.

Sfera d’influenza

Area del mondo in cui una potenza esercita forte controllo politico, economico o militare.

Regime autoritario

Sistema politico in cui il potere è concentrato in poche mani e le libertà sono limitate.

Democrazia liberale

Sistema politico con elezioni libere, diritti civili, libertà di stampa e separazione dei poteri.

Stato fallito

Uno Stato che non riesce più a controllare il territorio o garantire servizi e sicurezza alla popolazione.

Multipolarismo

Un mondo in cui non comanda una sola superpotenza, ma ci sono più centri di potere: Stati Uniti, Cina, Unione Europea, India, Russia, ecc.

Bipolarismo

Un sistema internazionale diviso tra due grandi potenze. Durante la Guerra Fredda, il mondo era diviso soprattutto tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Unipolarismo

Un sistema in cui una sola potenza domina la scena globale. Dopo la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti sono stati spesso considerati la potenza principale.

Deterrenza

Strategia per impedire a un nemico di attaccare, facendogli capire che subirebbe conseguenze molto gravi.

Geopolitica

Lo studio di come territorio, risorse, potere e interessi degli Stati influenzano la politica mondiale.

Nord Globale

Indica i Paesi più ricchi e industrializzati, soprattutto Europa, Nord America, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Sono Stati che storicamente hanno avuto più potere nell’economia e nella politica mondiale.

Protezionismo

Politica economica con cui uno Stato protegge le proprie aziende limitando la concorrenza straniera, spesso con dazi o restrizioni.

Globalizzazione

Processo che collega economie, culture e società di tutto il mondo attraverso commercio, viaggi, tecnologia e comunicazione.

Supply chain

La “catena” di passaggi che porta un prodotto dalla produzione alla vendita. Per esempio: materie prime → fabbrica → trasporto → negozio.

COP

COP (Conference of the Parties) è la conferenza annuale delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, durante la quale i Paesi che hanno aderito alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) si riuniscono per discutere strategie e accordi contro il riscaldamento globale.

Durante le COP vengono negoziate politiche internazionali, obiettivi di riduzione delle emissioni e misure per sostenere i Paesi più vulnerabili.

Da non confondere con: Accordo di Parigi, UNFCCC.

Mitigation

La mitigation (mitigazione climatica) comprende tutte le azioni volte a ridurre le emissioni di gas serra o ad aumentare la capacità del pianeta di assorbirle.

Tra gli esempi ci sono: utilizzare energie rinnovabili; migliorare l'efficienza energetica; proteggere e riforestare le foreste; ridurre l'uso dei combustibili fossili.

L'obiettivo è limitare l'aumento della temperatura globale.

Da non confondere con: adaptation.

Adaptation

L'adaptation (adattamento climatico) consiste nelle strategie adottate per affrontare gli effetti già presenti o inevitabili del cambiamento climatico.

Ad esempio: costruire argini contro le inondazioni; sviluppare colture resistenti alla siccità; adattare le città alle ondate di calore; migliorare la gestione delle risorse idriche.

L'obiettivo non è fermare il cambiamento climatico, ma ridurne gli impatti sulle persone e sugli ecosistemi.

Da non confondere con: mitigation.

Carbon Neutrality

La carbon neutrality (neutralità carbonica) è la condizione in cui la quantità di anidride carbonica (CO2) emessa viene compensata da una quantità equivalente rimossa dall'atmosfera o evitata.

Per raggiungerla si possono: ridurre le emissioni; utilizzare energie pulite; riforestare aree boschive; investire in progetti di compensazione delle emissioni.

Molti Paesi e aziende hanno fissato obiettivi di neutralità carbonica entro il 2050.

Da non confondere con: net zero.

Greenhouse Gases

I greenhouse gases (gas serra) sono gas presenti nell'atmosfera che trattengono parte del calore proveniente dal Sole, contribuendo all'effetto serra.

I principali sono: anidride carbonica (CO2); metano (CH4); protossido di azoto (N2O); gas fluorurati.

L'effetto serra è un fenomeno naturale essenziale per la vita sulla Terra. Tuttavia, l'aumento delle concentrazioni di gas serra dovuto alle attività umane intensifica il riscaldamento globale e il cambiamento climatico.

Inflazione

Aumento generale dei prezzi. Significa che con gli stessi soldi puoi comprare meno cose.

Crisi umanitaria

Situazione in cui molte persone non hanno accesso a beni essenziali come cibo, acqua, cure mediche o sicurezza.

Diaspora

Comunità disperse che mantengono legami identitari, economici o politici.

Accountability

Responsabilità pubblica di chi governa, amministra o rappresenta.

Criptovaluta

Una moneta completamente digitale che può essere utilizzata per effettuare pagamenti o come investimento, senza essere emessa da una banca centrale.

Blockchain

Un registro digitale condiviso che conserva tutte le transazioni effettuate con una criptovaluta. È distribuito su migliaia di computer e rende molto difficile modificare i dati.

Nodo (Node)

Uno dei computer che partecipa alla rete blockchain. Ogni nodo conserva una copia del registro delle transazioni e contribuisce a verificarne la correttezza.

Crittografia

L'insieme di tecniche matematiche utilizzate per proteggere dati e transazioni, impedendo che vengano modificati o falsificati.

Wallet

Il portafoglio digitale dove vengono conservate le criptovalute. Può essere un'app, un programma o un dispositivo fisico.

Chiave privata (Private Key)

Il codice segreto che permette di accedere alle proprie criptovalute e autorizzarne l'utilizzo. Se viene persa, nella maggior parte dei casi non è possibile recuperare i fondi.

Token

Un bene o un'attività digitale creata su una blockchain. Non tutti i token sono criptovalute: alcuni rappresentano servizi, diritti o altri asset digitali.

Memecoin

Una criptovaluta nata da un meme, una battuta, un personaggio famoso o un fenomeno virale. Il suo valore dipende soprattutto dalla popolarità e dall'interesse degli utenti.

Speculazione

Acquistare un bene sperando che il suo prezzo aumenti, per poi rivenderlo ottenendo un guadagno.

Volatilità

La tendenza di un prezzo a cambiare rapidamente. Un'attività molto volatile può aumentare o diminuire di valore in poco tempo.

Domanda e offerta

Il meccanismo che determina il prezzo di un bene: se molte persone vogliono acquistarlo, il prezzo tende a salire; se molti vogliono venderlo, tende a scendere.

Decentralizzazione

Sistema in cui il controllo non è affidato a un'unica autorità, ma è distribuito tra molti partecipanti della rete.

Banca centrale

L'istituzione che emette la moneta ufficiale di uno Stato o di un'area economica e ne gestisce la politica monetaria. Nell'area euro è la Banca Centrale Europea (BCE).

Exchange

Piattaforma online che permette di acquistare, vendere o scambiare criptovalute.

Phishing

Truffa informatica in cui i criminali cercano di ottenere password, dati bancari o chiavi private fingendosi soggetti affidabili tramite e-mail, SMS o siti web falsi.

MiCA

Regolamento dell'Unione Europea che disciplina il mercato delle criptovalute, introducendo regole comuni per gli operatori del settore.

FOMO (Fear Of Missing Out)

La paura di perdere un'opportunità. Negli investimenti può spingere una persona a comprare un'attività solo perché molti altri lo stanno facendo.

Capitalizzazione di mercato

Il valore complessivo di una criptovaluta, ottenuto moltiplicando il prezzo di una singola moneta per il numero totale di monete in circolazione.

Global south

Indica molti Paesi di Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente che storicamente hanno avuto meno potere economico e politico rispetto a Europa e Nord America. Non significa “Paesi poveri” in modo assoluto: alcuni, come India, Brasile o Cina, sono molto influenti. È più un termine politico per parlare dei Paesi che chiedono più spazio nelle decisioni globali.

Backgrounds

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Work in progress

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Stiamo preparando percorsi di contesto per leggere le notizie prima che diventino titoli.

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Attualita

Notizie internazionali in contesto

Focus del giorno

Eventi globali ricostruiti con cause, attori e conseguenze.

Da seguire

Una lista di temi da monitorare nelle prossime settimane.

Geopolitica

Potere, territori e alleanze

Scenari

Analisi di conflitti, negoziati e aree strategiche.

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Termini e mappe per leggere le relazioni internazionali.

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Education

Materiali e strumenti educativi

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Climate Negotiation

Negotiating the Future of Our Planet

Climate Negotiation

CategoriaGlobal Citizenship
Durata60-90 minuti
Età consigliata15-19 anni
Numero di partecipanti12-30 studenti

Descrizione

Climate Negotiation è una simulazione diplomatica ispirata alle conferenze internazionali sul clima, come le Conferenze delle Parti (COP) delle Nazioni Unite.

Gli studenti lavorano in delegazioni rappresentando diversi Paesi del mondo, ciascuno con interessi economici, priorità ambientali e obiettivi politici differenti. Attraverso la ricerca, il confronto e la negoziazione, dovranno collaborare per elaborare una risoluzione condivisa volta ad affrontare il cambiamento climatico.

L'attività permette di comprendere le dinamiche della cooperazione internazionale, sviluppando competenze di negoziazione, pensiero critico, lavoro di squadra e cittadinanza globale.

Obiettivi

Al termine dell'attività gli studenti saranno in grado di:

  • comprendere il funzionamento delle negoziazioni internazionali;
  • analizzare il punto di vista di diversi Paesi;
  • utilizzare dati e fonti affidabili per sostenere le proprie argomentazioni;
  • negoziare e costruire compromessi;
  • riflettere sulle sfide della cooperazione internazionale.

Competenze sviluppate

Global Citizenship Critical Thinking Public Speaking Negotiation Teamwork Research Skills Problem Solving

Cosa troverai in questa attività

Materiali consigliati

Per preparare la simulazione, gli studenti possono utilizzare fonti ufficiali e autorevoli, materiali forniti dal docente oppure le risorse disponibili su CiviOn, tra cui:

  • Map, per conoscere il contesto dei Paesi partecipanti;
  • Dictionary, per comprendere termini come COP, Mitigation, Adaptation e Carbon Neutrality;
  • Articles, per approfondire il cambiamento climatico, la cooperazione internazionale e gli accordi climatici.
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Democracy & Citizenship

Constitutional Dilemmas

Constitutional Dilemmas

CategoriaDemocracy & Citizenship
Durata60-90 minuti
Età consigliata15-19 anni
Numero di partecipanti12-30 studenti

Descrizione

Constitutional Dilemmas è una simulazione istituzionale che permette agli studenti di applicare concretamente i principi della Costituzione italiana attraverso l'analisi di casi realistici e di attualità.

Gli studenti assumono il ruolo delle principali istituzioni della Repubblica, come il Presidente della Repubblica, il Governo, il Parlamento, la Corte Costituzionale e altri soggetti coinvolti, e sono chiamati a confrontarsi su un dilemma costituzionale. Attraverso la ricerca, il dibattito e l'argomentazione, dovranno analizzare il caso da prospettive diverse, bilanciare diritti e interessi in conflitto e giungere a una decisione condivisa e motivata.

L'attività permette di comprendere come la Costituzione venga applicata nella pratica e come le decisioni pubbliche richiedano dialogo, confronto e responsabilità, sviluppando competenze di pensiero critico, cittadinanza attiva e partecipazione democratica.

Obiettivi

Al termine dell'attività gli studenti saranno in grado di:

  • comprendere il ruolo delle principali istituzioni della Repubblica Italiana;
  • applicare i principi della Costituzione a casi concreti;
  • riconoscere i diritti fondamentali coinvolti in una decisione pubblica;
  • sostenere le proprie argomentazioni utilizzando riferimenti costituzionali;
  • confrontarsi con opinioni diverse e costruire soluzioni condivise.

Competenze sviluppate

Civic Literacy Critical Thinking Public Speaking Decision Making Teamwork Research Skills Active Citizenship

Cosa troverai in questa attività

Student Pack Una guida introduttiva che presenta l'attività, il ruolo degli studenti e i materiali che verranno utilizzati durante la simulazione. Teacher Pack Una guida completa per il docente con obiettivi, preparazione dell'attività, ruolo dell'insegnante, materiali necessari e suggerimenti metodologici. Activity Guide Lo svolgimento dettagliato dell'attività, suddiviso in fasi, con indicazioni sui tempi, sulle azioni del docente e sul lavoro delle diverse istituzioni. Research Sheet Il documento che ogni gruppo compilerà durante la fase di ricerca per approfondire il ruolo dell'istituzione assegnata, i suoi poteri e i principi costituzionali rilevanti per il caso. Decision Sheet Uno strumento che aiuta ogni istituzione a definire la propria posizione, le argomentazioni principali, i possibili compromessi e i principi sui quali non intende cedere prima dell'inizio del dibattito. Case File Il documento che presenta lo scenario della simulazione. L'attività include due casi tra cui scegliere: La Biblioteca e Il Social Network. Role Cards Schede dedicate ai diversi ruoli della simulazione, con informazioni sulle responsabilità, gli obiettivi e gli interessi dell'istituzione rappresentata. Final Resolution Il modello ufficiale che verrà utilizzato per redigere la decisione finale della simulazione, motivando le scelte alla luce dei principi costituzionali. Domande di riflessione finali Domande per aiutare gli studenti a riflettere sul dibattito, sulle decisioni prese, sul ruolo delle istituzioni e sull'applicazione concreta della Costituzione.

Materiali consigliati

Per preparare la simulazione, gli studenti possono utilizzare fonti istituzionali, materiali forniti dal docente oppure le risorse disponibili su CiviOn, tra cui:

  • Map, per conoscere il contesto politico, sociale e civico dei diversi Paesi e confrontare modelli istituzionali;
  • Dictionary, per comprendere termini come Costituzione, Stato di diritto, libertà di espressione, separazione dei poteri e diritti fondamentali;
  • Articles, per approfondire temi legati alla democrazia, ai diritti umani, alla cittadinanza e alle sfide contemporanee che coinvolgono le istituzioni democratiche.